Derek Walcott Omero resta a Itaca: addio al poeta ribelle dei Caraibi. È scomparso a 87 anni a Santa Lucía Derek Walcott

Storie

Pensieri sparsi in onore di chi scrisse “Alla fine di questo frase, comincerà la pioggia/All’orlo della pioggia, una vela”.

Così inizia Arcipelaghi (da Mappa del Nuovo Mondo, in Italia pubblicato da Adelphi). Invece, alla mia amica Patrizia Valduga, grande poetessa, Derek Walcott “non mi piace”. Sottolineo il verbo al presente: scrittori e poeti restano vivi, anche se ci lasciano. Figlio di un pittore e di un insegnante, Walcott aveva 87 anni, ed è morto ieri mattina nella sua casa a Castries, la capitale di Saint Lucia, un’isola vulcanica delle Antille Minori. Gli assegnarono il Premio Nobel per la letteratura nel 1992. In Uragano, su questa immortalità, scrive chiaramente: “La morte non ha dominio sulle nostre vite, non ha potere sulla memoria di chi muore, che sopravvive grazie al ricordo degli altri”. Un epitaffio.

Che cosa non garba alla Valduga? “Poesie sterminate, versi lunghi...”. E nemmeno l’entusiasma che Walcott, premio Nobel del 1992 per la letteratura, sia stato definito l’Omero dei Caraibi. Ma forse è perché ha composto Omeros, poema in cui Walcott ricorda le manipolazioni della Storia e si prende gioco della “pretesa obbiettività”, anzi, sottolinea che “la Storia degli altri” esiste solo se confrontata con quella europea. L’egemonia culturale europea ha incapsulato i non europei, tenendoli però ad un livello inferiore. E qui arriviamo al dunque. Walcott è epico. Ma anche delicatamente lirico. La sua poesia è a largissimo spettro: doce c’è posto per esaltare la bellezza delle sue isole e le memorie dell’infanzia, fase fondamentale della nostra crescita e formazione, come spiegava lui stesso ai suoi studenti di Boston, “noi poeti cerchiamo di arrivare all’innocenza essenziale”, come fossimo eterni fanciulli, “ogni bambino è poeta, molti di loro poi, crescendo, perdono la propria innocenza”. Perché? “A causa di cattivi insegnanti”, rispose in un incontro milanese dell’aprile 2012, quando gli conferirono il premio Montale.

Per quelli della mia generazione che attraversarono il Sessantotto e poi patirono la crisi delle “grandi narrazioni”, come le definiva il filosofo Jean François Lyotard, quelle cioè del marxismo e dell’idealismo, Derek Walcott era in un certo senso il Frantz Fanon - l’autore de I dannati della terra - della poesia. Bisogna dire che in verità allora sapevamo poco della sua biografia. Ci interessava, però, il contesto: Castries, la piccola capitale della remota Saint Lucia: negli anni sessantottini era ancora colonia britannica. Walcott aveva scritto versi formidabili sulla violenza della storia e sull’identità ibrida (a Saint Lucia si parlava e si studiava in inglese, ma anche il creolo e una varietà di dialetti le cui radici erano africane). In A Far cry From Africa (un lontano grido dall’Africa), confessa: “Il gorilla lotta con il suoeruomo/Io, che sono avvelenato dal sangue di entrambi,/Dove mi volgerò, diviso fin dentro le vene?/Io che ho maledetto/L’ufficiale ubriaco del governo britannico, come sceglierò/Tra quest’Africa e la lingua inglese che amo?/Tradirle entrambe, o restituire ciò che danno?/Come guardare un simile massacro e rimanere freddo?/Come voltare le spalle all’Africa e vivere?”.

Nel 1967 Saint Lucia aveva ottenuto l’autogoverno, dodici anni dopo sarebbe diventata indipendente (fa parte del Commonwealth). Sono tappe fondamentali della storia di questa lontana periferia marina - i Caraibi, ma non quelli dei ricchi turisti che incidono nella personalità di Derek. Walcott comincia da suddito britannico, da giovane si dedica alla pittura, nel 1958-59 va a New York dove studia teatro. Una passione che non lo ha mai lasciato: volle fondare una compagnia teatrale a Trinidad, condusse una strenua lotta ventennale, alla fine il progetto fallì, vittima di tensioni culturali e identità ibride.

La pittura gli resta addosso: infatti maneggia la lingua con l’abilità di un paesaggista, le sue parole sono vorticose macchie di colori, pennellate veloci, sovente in un mix di versi classicheggianti ed espressioni comune, dove l’inglese colto insegue l’inglese standard, dove gli idiomi creoli guizzano per ricordare che dietro la straordinaria bellezza della sua terra c’è isolamento e “naufragio”. E le difficoltà politiche della società postcoloniale. In Omeros, Walcott fa morire Ettore al volante, Achille ha il fucile (e una canoa), Elena indossa madras, la storia antica si altalena al colonialismo, ma anche con l’iguana (il vecchio nome di Saint Lucia), la rondine di mare, gli schiavi, i pellerossa. Pure Walcott si sentiva eroe, come Ulisse. Sbarcato nei Caraibi.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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