Dario Fo e la sua arte di lotta. Manifesto di un sano ribelle 70 anni di battaglie Dalla Milano liberata alle rivolte del 1968, fino al suo appoggio al Movimento: “Il mondo sta cambiando. Chi mi accusa di tradire, non lo capisce”

Dario Fo

Una volta, ospite nella sua casa romagnola dove poteva dipingere senza essere distratto dagli impegni milanesi, Dario Fo mi parlò della sua vocazione politica, cioè del teatro, o meglio, della parola che il teatro - il “suo” modo di far teatro, “antico come l’uomo” - amplificava: “Io sono figlio di un capostazione. Mio zio era capotreno. Mio nonno manovratore. E’ sui treni che ho cominciato ad osservare il mondo attorno a me. Ad ascoltare i loro discorsi. Mia sorella Bianca ed io studiavamo all’Accademia di Brera, il treno che ci portava a Milano dal nostro paese sul lago Maggiore arrancava sbuffando, cinque ore di viaggio al giorno: si può dire che ho cominciato a far politica su quel treno, discutendo su tutto e di tutto un po’. La guerra era appena finita, avevo scelto la facoltà di architettura e a Brera studiavo scenografia che divenne subito una grande passione. Quei viaggi in treno, prima che trovassimo casa a Milano, erano una sorta di autocoscienza collettiva, senza saperlo avevo sperimentato diverse forme di comunicazione. L’interesse per il teatro era maturato su quelle sgangherate carrozze di seconda e terza classe...”.

Quando Milano fu liberata, Dario aveva diciannove anni. Non aveva fatto i conti coi Guf, ma aveva militato nella Repubblica Sociale Italiana: “Repubblichino lo fui solo in divisa, arruolato a 17 anni e mezzo. Ho cercato di fare il renitente, poi c’è stato il bando di morte per chi non si arruolava. O mi presentavo o scappavo in Svizzera. Mi sono arruolato volontario per evitare sospetti sull’attività antifascista di mio padre. Fu una decisione presa in accordo coi partigiani amici di mio padre”. Quando la cosa si riseppe, negli anni Settanta, Fo dapprima fu riluttante ad ammettere questo passato imbarazzante per lui alfiere del teatro politico che aveva rotto con le regole borghesi ed affiancava il movimento studentesco e in genere chi si batteva contro i “poteri forti”. Poi lo ammise, mentre ovviamente fioccavano le polemiche e la destra girava il coltello nella piaga. Dava troppo fastidio, la sua popolarità tra i giovani studenti e tra gli operai, i monologhi e le esibizioni del suo collettivo teatrale La Comune (spesso improvvisati in sit-in davanti all’università o alle fabbriche) in un rivisitavano la storia, demistificavano la cronaca, irridevano i verbali ufficiali di polizia e carabinieri, erano diventati forza dirompente, dunque “politica”. Alla Palazzina Liberty di Milano il suo Mistero buffo diventò l’irriverente e spassoso manifesto di un sovversivo straordinario che si opponeva agli arbitrii autoritari, e spesso li subiva (arresti, sequestri, divieti di recitare): colpevole di stare dalla parte di chi non ha parte, di chi è debole, sfruttato, ingannato. Nel 1977 dice: “Il partito comunista non capisce il significato delle lotte dei giovani, non ha capito la proletarizzazione della scuola operata cinicamente dal potere. Non capisce la rabbia che sale, quella dei disoccupati, delle periferie. Non va all’origine delle cose, si limita a dire: ‘dietro questa ribellione c’è il nuovo fascismo’, e pensa di avere risolto tutto”.

Fonda Soccorso Rosso con la moglie, amica e complice Franca Rame. Sceglie le sale “povere” della città, va nelle cooperative, alle camere del lavoro, recita persino nei capannoni delle fabbriche, o in androni spesso gelidi, per affrontare, con le parole del suo teatro, i temi politici che più gli sono cari: sbeffeggia il trasformismo italiota, ironizza, trasforma in spettacolo i drammi e i misteri di Stato. Come Morte accidentale di un anarchico, manifesto del suo impegno. E’ un eroe all’estero, mette in scena da noi il punto di rottura della società. Operaio cade dall’impalcatura e si sfracella? No, dice in uno spot della campagna elettorale 1975 per Democrazia Proletaria, da noi uno così non muore, a due metri da terra si libra in aria come una farfalla...Il suo teatro è controinformazione: tanto da agire con enorme efficacia sull’opinione pubblica, come mai in passato. Seguendo il filo logico della sua arte di gran giullare che dileggia il potere, Fo approda al Movimento CinqueStelle. Vi ritrova quello spirito “extraparlamentare” del Sessantotto e del Settantasette, col risultato che stavolta non sono le destre ad esecrarlo ma le sinistre ad accusarlo di tradimento. Fo replica, “resto sempre di sinistra”, che non è la sinistra di Renzi. Nei grillini vede i figli e i nipoti dei contestatori di quarant’anni prima. Diventa una sorta di Manitù dei Sioux Cinquestelle, ai quali offre la sua inesauribile sfrenata inventiva: “Il mio è un teatro necessario”, sosteneva. E scrisse a sei mani (con Casaleggio e Grillo), “il grillo canta sempre al tramonto”, in cui si racconta come era nato il Movimento: “Il mondo sta cambiando. Chi mi accusa di tradire, non lo capisce”. Lo disse pure nel 1977: “Il nostro lavoro era il risultato di un’esigenza che veniva dal basso, quella di migliaia di giovani operai, studenti, e anche borghesi, di sentire determinati discorsi e di avere spazi diversi. Questo non è stato capito. Solo dopo che hanno visto piazze e stadi pieni hnno cominciato a capire. Ma sempre in ritardo...”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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