Come una tragedia greca gli Dei lo hanno premiato

Dario Fo CESENATICO

"L' unico pericolo è che adesso si arrivi a Dio, Patria e Pantani", sbuffa Dario Fo. Ma è un brontolìo di maniera. Sta finendo una sagoma ritagliata e dipinta su un cartoncino, la "Pantanomachia". Due ruote di bicicletta, un toro infuriato al posto del telaio, Marco in maglia gialla a cavalcioni del toro. Dario Fo è felice come un ragazzino. Meglio, come un tifoso del Panta club, quello che sta in piazzale Comandini. Perchè il ciclismo è una grande passione, per il premio Nobel. Nel suo studio c' è una bella bici rossa, marchio "Spillo". Una Bianchi. "Come la bici di Pantani", ricorda Fo, "me l' hanno regalata dei vecchi amici operai della Pirelli, e i compagni di tante battaglie politiche, hanno fatto una colletta...". Fo è nato a Sangiano, due passi da Cittiglio, il paese di Binda: "Davanti alla mia vecchia casa passava la Tre Valli Varesine. Ho visto sin da bambino correre tutti, ovviamente ero innamorato di Coppi". Fo e il Campionissimo hanno recitato uno sketch, invertendosi i ruoli: Fo travestito da Coppi e Coppi che lo intervista. Pantani come Coppi? "Pantani è proprio un eroe, ed il Tour è come una tragedia greca. La stessa struttura rappresentativa. L' eroe sfortunato ma tenace, che non si arrende mai. Il coro che racconta le sventure del Pantaeroe, la storia di questo corridore che non ha mai avuto la strada spianata, eppure lui aveva l' arco che tirava più lontano, e gli hanno rubato perfino quello, poi, finalmente, dopo tante sofferenze, ecco che gli Dei decidono di restituirgli ciò che il Fato gli aveva tolto". Una gran bella storia, dunque, quella di Pantani? "Perbacco, una storia epica. Meravigliosa. Che può essere raccontata ed ascoltata dalla gente. Ci sono tutti gli ingredienti straordinari del conflitto e della carica che i personaggi esprimono fin dall' entrata in scena. Tanto per cominciare abbiamo il mostro dal bell' aspetto. Cioè Ullrich, che ha anche il nome dell' eroe teutonico, wagneriano, che non fallisce mai un colpo nello scagliare la lancia. Coi muscoli possenti, sembra il terzo bronzo di Riace. Mentre Pantani pare quasi la caricatura del fromboliere mitico, Davide. Un Davide che ha perso i capelli. Quindi grottesco. Però ha il quid. Che è quella magica forza imperscrutabile, come se fosse stato gettato dentro la tinozza stregonesca del mosto appena esploso nel bollore. Eccolo che scatta sul Galibier e lascia tutti gli altri come paracarri. Lui va, sale, sparisce, anzi si volta indietro meravigliato che nessuno lo possa raggiungere, come il gatto delle sette leghe impressionato che si mette ad urlare: "Qualcuno almeno mi venga appresso!". Se Pantani fosse stato americano, gli avrebbero già proposto di vendere i diritti della sua biografia per cinquanta film. Ma Pantani è italiano, di più, è romagnolo. La terra di Fellini e di Zavattini. Di Tonino Guerra. Di sognatori. E di lirici". Cosa c' entra il lirismo con Pantani e il Tour? "Perchè è la parte magica della rappresentazione. Non a caso i tifosi dicono: magico Pantani. In questa Romagna la gente guarda molto in alto però non dimentica mai dove cammina. Dopo l' incidente più grave, ho visto spesso Pantani allenarsi in bicicletta. Casa sua non è molto lontana da qui: in linea d' aria, direi mezzo chilometro. Se l' è fatta dipingere tutta di giallo, quella nuova: si vede che certi pensierini li aveva già... Andava alla chetichella, tranquillo, con due o tre compagni di pedalata. La gente non lo disturbava, lo rispettava, l' ammirava per questa sua forza di volontà. Sembrava che lo ignorasse. Invece è l' atavica riservatezza di questa gente verso chi sta facendo qualcosa di molto serio. E per la gente di qua l' andar bene in bicicletta è un' arte di tutto rispetto". Il senso della famiglia fa parte di questa cornice "eroica"? "Sì. E' la struttura portante e rituale di questa società. La misura dei valori. Lui davanti alla madre è sempre il ragazzino anche se adesso è il numero uno del mondo, il campione. E' la dimensione che lo ha reso popolare, lo rende simpatico. Tutto quello che per un' altra persona sarebbe handicap, il fatto che si ritrovi senza capelli, che sia timido, smilzo, imbarazzato a parlare, sono tutti elementi che fanno breccia straordinaria nella gente". Pantani suscita tenerezza, però dimostra un carattere di ferro. "La determinazione di Pantani è la dote che più colpisce, deve essere nel suo Dna. Infatti ho ascoltato una maestra che lo ha avuto allievo fin nelle elementari e che ricorda di lui soprattutto la decisione, la caparbietà con cui realizzava le cose che gli interessavano profondamente. Un bambino determinato come pochi". Ma non basta essere determinati per vincere. "No, bisogna avere moltissime altre doti. Che lui ha. Il temperamento. Il senso della misura. La pazienza e il coraggio di rischiare. L' intelligenza nel programmarsi. Saper scegliere con attenzione coloro che sanno darti consigli onesti ed efficaci. Quello che mi ha stupito è prima di tutto l' amore davvero profondo che Pantani dimostra per il suo vecchio maestro Luciano Pezzi. E la memoria riconoscente verso questo uomo. Poi il clima incredibile che c' è nella sua squadra: di serenità. Sembrano tutti fratelli, un clima che c' è da sempre. Quando parlano di lui lo fanno senza adulazione. Lo sguardo che lui produce verso ognuno di loro è di un' affettuosa amabilità, difficile da ritrovare in un gruppo che vive per mesi a contatto così ravvicinato. Un' impastata che solo in una ciurma di marinai si può ritrovare, costretti come sono a condividere disagio e tempesta. Bonaccia e reti vuote. Ma anche pesche miracolose come questa". Del Tour? "Certo, perchè in fondo quello che ha fatto Pantani al Tour ha davvero del miracolo. Ha salvato la corsa nel momento in cui tutto stava andando a scatafascio. Il doping, gli arresti, i ritiri. Ha capovolto la situazione. Proprio come in un gioco di prestigio. Che cosa sarebbe stata l' apoteosi di Parigi senza questo colpo di teatro?".

Fonte: repubblica.it

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