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Daphne Caruana Malta

MALTA. La Sicilia è a 100 chilometri. Tripoli a 355. Cipro a un’ora di volo. L’Azerbaigian a tre. Dubai a cinque. In mezzo, Malta, crocevia di traffici, segreti ed affari. La geopolitica dell’illegalità. Lord Byron diceva che era l’isola delle urla, delle campane, degli odori speziati. Oggi è l’isola dei tesori: e del riciclaggio. La Panama del Mediterraneo. Il paradiso degli oligarchi. In poco più di 300 chilometri quadrati ci abitano 450mila persone e vi sono più di 70mila società: bastano due giorni per crearne una. Il sogno dell’evasore: zero burocrazia e tasse ridicole. In un dossier pubblicato a gennaio dal gruppo parlamentare europeo dei Verdi si calcola, per difetto, che Malta sottrae agli altri Paesi europei 4 miliardi di euro di gettito fiscale. Tutto è lecito, almeno in apparenza.

Ma Daphne Caruana Galizia non aveva mai creduto che tutto fosse perfettamente legale. Anzi. Aveva scoperto ben altro. La gigantesca fuga di notizie dello studio Mossack Fonseca di Panama City aveva permesso di appurare che due personaggi assai vicini al giovane premier laburista Joseph Muscat (43 anni) - il suo capo di gabinetto e il suo segretario di Stato - avevano aperto una società off-shore a Panama, guarda caso appena dopo essersi insediati al potere, per operare discretamente i capitali imboscati tramite una fondazione neozelandese. Secondo un rapporto confidenziale dei servizi antiriciclaggio maltesi, questi conti avrebbero consentito a Keith Schembri, il capo di gabinetto, di ricevere mazzette per 166mila euro, una fortuna a Malta, pagate da tre cittadini russi in cambio di altrettanti passaporti, tramite l’opaco “programma d’investimenti individuali” lanciati dal governo della Valletta che consentono l’acquisizione della nazionalità maltese sborsando un milione di euro. Nonostante lo scandalo, i due sono rimasti al loro posto e le indagini dell’antiriciclaggio sono state accantonate, senza neanche aprire un’inchiesta.

Ma ad aprile succede che un’ex impiegata di una minuscola banca d’affari, la Pilatus Bank, aperta in modo poco chiaro nel 2015, dichiari che la moglie del primo ministro sarebbe la beneficiaria di una terza società registrata a Panama nello studio Mossack Fonseca. Peggio. Dietro ci sarebbe la famiglia del presidente azero Ilham Aliyev - cliente della Pilatus - che avrebbe versato un milione di dollari sul conto di questa società. Una coincidenza: Muscat sigla un accordo con l’Azerbaigian per costruire una centrale termoelettrica alimentata dal gas azero. Ovviamente, Muscat e moglie negano decisamente le accuse. Il premier attacca “chi mi vuole in galera”, mentre il rivale politico Simon Busuttil (Partito nazionalista di centro destra) promette di “pulire il Paese dal governo più corrotto della storia maltese”.

Ma non è finita qui. Malta non è soltanto un paradiso fiscale. E’ molto di più. E forse di peggio. La mafia russa considera l’isola - al pari di Cipro - un’ottima postazione per ramificare i suoi interessi nei Balcani (Serbia, Montenegro, Bulgaria) ed in Grecia. Grazie alla facilità con cui si ottiene una carta d’identità provvisoria maltese, si può circolare nell’Unione Europea senza gli impicci del passaporto russo. Inoltre Malta ospita gli uffici della Banca centrale libica, della Lia, il fondo sovrano d’investimento e della Compagnia petrolifera nazionale. D’altra parte, anche ai tempi di Gheddafi i rapporti con Tripoli erano più che discreti. Poi ci fu l’episodio dei due caccia libici che rifiutarono, il 21 febbraio del 2011, di colpire i manifestanti a Bengasi e si rifugiarono alla Valletta. Fu così che Malta divenne rifugio (per i lavoratori stranieri in fuga, evacuati durante i combattimenti), poi scalo, infine posto di transito di certi flussi migratori, non sempre bene identificabili.

E’ su questa pista che stava indagando Daphne. Cinque francesi erano morti in un misterioso schianto aereo a Malta. Ufficialmente, agenti di Frontex. In realtà, uomini del servizio tecnico dell’intelligence di Parigi. Un incidente o un sabotaggio? I soldi coprivano intrighi più complessi, degni di una spy story: commercio clandestino di armi; “sponde” per il contrabbando di petrolio proveniente dal Kurdistan e dalle zone di guerra in Siria ed Iraq. Movimenti di jihadisti. Non è un caso che Washington abbia deciso di inviare un gruppo di investigatori dell’Fbi (la Cia ha già una “stazione” alla Valletta) per indagare sull’assassinio della giornalista e per recuperare il suo materiale di lavoro.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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