"Questo Papa parla troppo, e con troppi" Integralisti, apocalittici, tranchant. I lefebvriani liquidano il nuovo corso di Francesco. Un giorno al seminario di Econe, tra cime innevate, messe tridentine e condanne dell'ecumenismo

Chiesa Ecône (Canton Vallese)

Quota 491, Ecône (Canton Vallese).

“Dove sta andando la Chiesa guidata da papa Bergoglio? Non si sa dove va. Non riesco ad afferrare il suo pensiero. So solo che la decadenza della Chiesa continua, inesorabile”: dietro le lenti dei suoi occhiali, lo sguardo dell'abbé Benoit de Jorna, 62 anni, direttore del Seminario tradizionalista di Ecône, nel Vallese elvetico, è ermetico, insondabile. Sa che le sue parole possono essere lette come l'ennesima sfida alle autorità ecclesiastiche cattoliche. L'abbé de Jorna è stato infatti ordinato prete da monsignor Marcel Lefebvre nel 1984, quando al vescovo “ribelle” era stato interdetto di farlo. Una disobbedienza reiterata che qualche anno dopo sarebbe stata punita con la scomunica. De Jorna ha diretto il distretto di Francia della Fraternità Sacerdotale San Pio X, sino al 1996, prima di approdare a quello che per i vescovi francesi era un “seminario selvaggio”.

Il dissenso con la gerarchia della Chiesa era totale: Monsignor Lefebvre, scomparso nel 1991, fu il più intransigente oppositore delle riforme promulgate dal Concilio Vaticano II e si batté ferocemente contro la soppressione della Messa Tridentina, attaccando la dottrina della collegialità episcopale, infierendo sull'ecumenismo e i suoi pericoli, contestando la dottrina della libertà religiosa.

“L'ecumenismo è un flagello. La religione è una sola”, precisa l'abbé de Jorna senza indulgere alla persuasione della retorica, poiché per lui e per i lefevriani è il dogma basico, “una sola è la religione vera”.

Quale?

“La religione cattolica. Tutte le altre sono false”.

Anche le altre confessioni cristiane?

“Anche: sono errori”.

Altro che dialogo interreligioso, perseguito senza requie da papa Bergoglio. A suo tempo monsignor Lefebvre scrisse a otto cardinali (27 agosto 1986, in occasione del primo grande raduno interreligioso di Assisi): attenzione, state commettendo un grande errore, lo scandalo è incalcolabile nelle anime dei cattolici, la stessa Chiesa era scossa fin dalle fondamenta...

“La Chiesa cattolica ha una sola direzione da mantenere: ed è quella di Cristo. La Croce di Cristo dovrà essere polo d'attrazione universale. Stat crux dum volvitur orbis, che è il motto dei certosini. La Chiesa di oggi è sfilacciata man mano che il tempo passa come un vecchio tessuto, come quell'otre di pelle del Vangelo. La fede si sta spegnendo. Scompare. La Chiesa di oggi è avvolta in una nebbia fitta, si potrebbe parlare di eclisse: non si vede più la luce”.

Un deserto spirituale, dove anime sconcertate perdono la fede. Una Chiesa ufficiale che ha rinunciato a convertire poiché riconosce il valore salvifico di ogni religione, ecco la Grande Colpa di Bergoglio...

Ci troviamo all'aperto, davanti alla chiesa del Seminario, consacrata nel nome del Cuore Immacolato di Maria il 28 giugno del 2012. Le campane hanno appena terminato d'incalzare il silenzio dei boschi, la quiete dei vigneti che cingono a valle l'accesso al Seminario, col frutteto d'albicocche che sta tra la montagna e la chiesa: i loro rintocchi si sono sparsi a ondate, forti e maestosi, sino a raggiungere i villaggi di Saxon e Riddes, per poi superare il Rodano gonfio d'acqua, nel cuore del Canton Vallese, tra Martigny e Sion. Alla gente delle valle piace credere che questo festoso scampanìo sia la voce della fede e che da lassù, oltre le cime più elevate, Dio l'ascolti e l'apprezzi. La Natura sommerge i pensieri, esalta le vecchie consolidate abitudini: come la Messa di una volta. Come la liturgia plurisecolare, come quel Catechismo stabilito più di un secolo fa da PioX che definiva con assoluta chiarezza cos'è la Chiesa. Una, come la virtù dell'unità di fede...

Più forte di tutte ha battuto Joseph, delle quattro campane la più grossa: pesa 450 chili. Il clangore ha attraversato l'aria immobile e fresca, non fredda come ti aspetteresti all'inizio di dicembre, nella Svizzera delle Alpi Pennine. Le montagne, ancora coi colori pieni e magnifici dell'autunno, la prima neve posata discreta solo sulle vette: come quella del Mont Gelé che supera i tremila metri (3023, per l'esattezza); o quella dello Chavalard, di poco più basso (m. 2900). La messa solenne di domenica, cominciata puntuale alle dieci di un mattino terso e luminoso è durata un'ora e mezza: rigorosamente celebrata in latino secondo il rito tradizionale (la cosiddetta messa di San Pio V) nei canoni fissati da Pio X che fu papa dal 1903 al 1914, giusto cent'anni fa, e che Pio XII canonizzò nel 1954.

Già, “la Messa di sempre”. Quella in cui “noi vogliamo adorare la Santa Eucaristia, vogliamo celebrare la vittoria di Gesù Cristo sul male, la riconciliazione col Padre, uniti a tutti i santi martiri, confessori e dottori della Chiesa”, ha scritto monsignor Lefebvre. E in effetti, la cerimonia a cui assisto è sobria e suggestiva, coinvolgente e ritmata dalla sacralità dei gesti liturgici, dalla sontuosità dei canti, dalla devozione di tutti i fedeli, tanti che ogni panca della navata era occupata sino all'ultimo posto, e altri in piedi, uno spettacolo di commovente, sincero raccoglimento: persino durante la predica, incentrata sull'Apocalisse, sulla fine del mondo, di “questo” mondo. E tutti, o quasi (ho contato sette persone su duecento che sono rimasti seduti), hanno ricevuto la Comunione. E in molti, li ho visti fare ampi gesti della croce, come ad ostentare la sicurezza della propria fede in questo baluardo del cattolicesimo tradizionalista; e tutti, senza eccezioni, si sono alzati ed abbassati con sincronìa mirabile per rendere omaggio al Signore, ognuno idealmente ad innalzarsi o ad abbassarsi secondo gli alti e i bassi del pregevole coro...

Si era chiusa, la messa solenne, con un dolcissimo canto popolare di Natale composto da l'abbé Pellegrin che visse dal 1663 al 1745, “venez, divin Messie”. Non solo latino dunque...Lentamente, alle ultime note i fedeli, e in compunto ordine – beh, siamo in Svizzera ­ hanno cominciato a sfilare mentre i più giovani sono rimasti a far crocchio, ed altri paesani a scambiare quattro parole con qualche novizio del Seminario di Ecône, dove si formano i futuri preti della Fraternità sacerdotale san Pio X. Dicono che in Italia i seguaci dei tradizionalisti siano quindicimila. In Svizzera, oltre diecimila, quanto alla Francia, parecchie decine di migliaia. Cattolici che si sentono sempre più disorientati sui temi più dibattuti, come i sacramenti ai divorziati e l'accoglienza agli omosessuali, che faticano ad accettare, anzi non accettano una Chiesa “misericordiosa” e comprensiva nei confronti dei cattolici uniti solo con vincolo civile, dei conviventi, figuriamoci dei divorziati e risposati civilmente.

“L'ultimo sinodo colpisce non soltanto la fede cattolica e scardina il principio cattolico del matrimonio indissolubile, ma soprattutto va contro la legge naturale. Che sparisce. In nome di un'inaccettabile metro di misura della morale”: l'abbé de Jorda interpreta il comune disagio del conservatore che non si adegua ai cambiamenti sociali dell'epoca e che stigmatizza il trionfo della coscienza soggettiva. Che si fonda, secondo i lefevriani, su una falsa concezione della dignità umana, puramente ontologica e nient'affatto morale.

“In più, altro elemento negativo della gestione di questa Chiesa è la collegialità. Non è tradizionale. La Chiesa deve essere governata dal Papa. Oggi il potere della Chiesa è gestito non solo dal papa ma dal collegio dei vescovi. Malheuresement”. Per i lefevriani, come mi spiega don Fausto Buzzi del priorato di Montalenghe, nel Canavese (una delle sedi italiane della Fraternità San Pio X, la più vicina a Ecône), l'idea di un doppio soggetto che governi la Chiesa – una struttura gerarchica collegiale e democratica – sarebbe contraria all'insegnamento e alla pratica del magistero della Chiesa. Argomentazioni corredate da numerosi riferimenti dottrinali, a cominciare dall'enciclica “Satis cognotum” di Leone XIII e dalla costituzione “Pastor aeternus” del Concilio Vaticano I, per cui solo il papa possiede “in maniera abituale e costante il potere supremo, che comunica solamente nelle circostanze straordinarie ai concili, qualora lo giudichi opportuno” (da un'analisi di Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità, Lettera agli amici e benefattori n°82, 13 aprile 2014).

“L'operato di Bergoglio, su questo fronte, è ambiguo”, va oltre cioè la disputa dottrinale-teologica. Non è solo un rimprovero, è soprattutto una profonda critica della modernità invocata da papa Francesco. Il pontefice è consapevole che la Chiesa del ventunesimo secolo non può restare chiusa in se stessa, ma deve affrontare il cammino difficile che la porta verso le periferie della società – quindi dell'esistenza. Dove sono i poveri. Gli emarginati. Gli ultimi. Papa Francesco vuole sacerdoti “pastori con l'odore delle pecore”, non preti combattenti e rinchiusi nelle corazze della tradizione, cioè dell'anacronismo.

“Parole. La realtà è un'altra. L'Occidente è in declino. Perché? Perché Cristo non regna più. Perché non c'è più il sacrificio della croce. Ossia, il punto centrale e simbolico della messa: rendere presente, attuale, sotto i nostri occhi, il sacrificio del Calvario. La Chiesa non manifesta più questa verità: Cristo re”. Una regalità che san Paolo – spesso citato dai lefevriani – sottolinea con affermazione “importuna ed opportuna, a tempo e controtempo”. Riferisco testualmente. In attesa che i lefevrani, come affermano, contribuiscano “all'instaurazione del Regno sociale di Nostro Signore tramite la fedeltà al dovere di stato, che va compiuto da cattolici, senza alcuna schizofrenia spirituale dettata dal liberalismo che vorrebbe scindere nell'uomo la vita privata da quella pubblica” (don Pierpaolo Maria Pietrucci, direttore della “Tradizione Cattolica”, rivista ufficiale del distretto italiano della Fraternità Sacerdotale san Pio X), chiedo all'abbé de Jorna come mai la Fraternità sia spesso associata politicamente a movimenti dell'estremismo di destra ed antieuropei, ricordando come un anno fa i suoi confratelli di Albano abbiano fatto i funerali a Priebke, il boia delle Ardeatine: questione di affinità ideologiche?

“Sono dei collegamenti facili a farsi...tradizione, conservazione...in generale, i regimi di destra difendono almeno la legge naturale e una certa rettitudine del pensiero. Ma in francese si usa un termine, gauchire. Distorcere”.

Fonte: Il Venerdi

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