Cesare Lanza: «Siamo un Paese troppo moralista per l’azzardo»

Storie VENEZIA

VENEZIA. Cinque agosto 1959: croupier e impiegati del Casinò di Venezia, più di cinquecento persone, incrociano le braccia e piantano uno sciopero che dura 53 giorni. Il motivo? La direzione aveva deciso di sostituire il tradizionale smoking con una nuova mise, un completo grigio o blu a seconda delle stagioni. Un dettaglio aveva fatto inviperire i dipendenti: i pantaloni avevano un bordo rosso. “Insopportabile”, disse ai cronisti il capo della rivolta, “così sembreremo dei postini”. Vinsero.

Oggi, invece, il Casinò di Venezia, il più antico e glorioso del mondo - fu fondato nel 1638, vi giocavano Casanova e Goldoni - è in crisi, i bilanci sono in profondo rosso shocking, l’anno scorso ha perso 2 milioni, altri due si sono aggiunti nei primi quattro mesi del 2017, così il Comune ha messo a punto un piano di ristrutturazione che vuol dire tagli di personale, diminuzione di premi ed orari flessibili. I sindacati si oppongono, il Comune ribatte: la ricapitalizzazione costa 7 milioni, se non c’è l’accordo, noi chiudiamo Ca’ Vendramin, la mitica sede nel palazzo che si affaccia sul Canal Grande.

“Vedrai che si arriverà al solito compromesso, meno tagli e Ca’ Vendramin non chiuderà, non può, è un’istituzione veneziana...”, commenta con la saggezza di chi la sa lunga Cesare Lanza, classe 1942, vulcanico ed eclettico giornalista (ha diretto parecchie testate), scrittore, autore televisivo. Soprattutto, gran frequentatore di casinò. Se sotto la camicia di ogni italiano pulsa un cuore da giocatore, sotto la camicia di Cesare pulsa un cuore a ritmo di chemin de fer, di cui lui è maestro, avendo vinto parecchi tornei: “Ma ho anche perso tanto”, ammette, il gioco d’azzardo al casinò è un viaggio continuo tra paradiso (“ci stai poco”) e inferno (“ahimè, ci stai molto di più...”). Di Ca’ Vendramin, Lanza ha parecchi ricordi, il primo è che lì “ho realizzato una delle mie più alte vincite, roba di venticinque anni fa: ero solo a Roma, un giorno di fine giugno, la famiglia stava in vacanza a Saint Vincent, tanto per cambiare...presi il treno, arrivai a Venezia, mi fiondai al Casinò e cominciai a giocare con poche decine di migliaia di lire. Continuavo a vincere, fu un week end indimenticabile. Epico. Il giocatore è come il cacciatore: quella volta avevo stanato la preda e l’avevo colpita”. Gli viene in mente, a Lanza, il tenebroso Richard Burton che una notte vide a Venezia “molto intento al tavolo del black jack, l’aria corrucciata di chi ce l’ha col destino: mentre era concentrato sul gioco, gli altri ruotavano lo sguardo da lui alla porta del privé, aspettando l’irruzione di Liz Taylor, che non si fece viva. A quei tempi i due litigavano furiosamente, Liz gli rinfacciava di dilapidare somme colossali al gioco, Richard le ribatteva che lei li sprecava nei gioielli, salvo poi regalargliene di favolosi”.

“Altro incallito frequentatore di Ca’ Vendramin ma soprattutto del Casinò estivo che aveva la sede al Lido, era Vittorio De Sica. Lo capivi subito che avrebbe perso: l’aveva dipinto sul volto. Era il Grande Perdente. Ma anche un gran signore: lasciava sempre una mancia adeguata, mai esagerata, pure se perdeva”. Il Casinò l’ha risarcito - metaforicamente - una decina di anni fa, sponsorizzando il restauro di Ladri di biciclette e altri due film. “Lodevole iniziativa, ma non basta per resuscitare un Casinò come quello di Venezia che per il fatto di essere dove è dovrebbe essere una perenne miniera d’oro. A Macao, a Las Vegas ci sono casinò chiamati Venice o Venetians, con le gondole, con piazza san Marco riprodotti, insomma, perché all’estero Venezia è un testimonial del gioco che accontenta tutti e fa guadagnare tantissimo, mentre qui viene demonizzato? Venezia si vergogna un po’ del Casinò. Mai un manifesto che annunci eventi particolari, iniziative, o altro...all’estero non si coltiva il senso di colpa, ma si cerca di allargare l’offerta alla famiglia. Se c’è una città che può offrire questi diversivi, questa è Venezia”.

Nel 1959 i dipendenti potevano combattere le loro battaglie, perché gli affari andavano ancora a gonfie vele, nonostante la fine dell’epoca d’oro, quella tra le due guerre e fino agli anni Sessanta, quando Ca’ Vendramin d’inverno e il Lido d’estate attiravano la noblesse e gli attori, gli sceicchi e gli industriali. “Oggi”, cocnlude Lanza, “i conti in rosso sono il frutto di pessime gestioni, di mancanza di idee, del fatto che ad occuparsi di casinò sono state messe persone che non sono competenti ed appassionate dal gioco: funzionari, commissari, prefetti...c’è del moralismo contro i casinò, eppure per decenni sono stati una risorsa indispensabile, coi proventi del gioco i comuni hanno potuto finanziare iniziative culturali e sociali”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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