E tutto questo nel quattrocentesimo anniversario della morte di Shakespeare...

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"A noi spetta gravarci del peso di questo triste tempo, dire quel che si prova, e non quel che si deve. I più vecchi hanno più sopportato; a noi giovani non sarà dato di tanto vedere o di vivere tanto", così si chiude Re Lear, con le parole di Edgar, figlio legittimo del conte di Gloucester, seguite dal suono di una marcia funebre. La follia aveva permesso a Lear di vedere chiaro, di giungere alla radice della natura umana. La follia, come coscienza dei propri errori di giudizio, coscienza come rimorso. Ma anche come illuminazione: "Ma là dove esiste un male peggiore, il minore non si sente. Diciamo che scappi da un orso: però se la fuga ti porta verso un mare ruggente, allora ti volgi ad affrontare le fauci dell'orso. Quando la mente è libera il corpo è vulnerabile; ma la tempests che ho io nella mente rende i miei sensi incapaci di orovare altra pena se non quella che mi martella dentro".

Lear...Leir mitico re dal quale aveva preso il nome la città di Leicester (Leir-castrum), la città dello scudetto Premier League con la squadra guidata dal romano Claudio Ranieri, quando ci inorgoglimmo tutti, osannando un luogo che il calcio aveva reso ancor più multietnico e multinazionale, e quell'Inghilterra remota ci era parsa un'Europa dei sogni divenuti realtà.

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