Vucic il premier che sogna di diventare zar come Putin

Balcani BELGRADO

BELGRADO. In attesa del voto presidenziale francese, domani tocca alla Serbia votare il nuovo capo dello Stato, che durerà in carica cinque anni. I serbi sognano Putin e agognano la “Gran Madre Russia”, l’unica che può garantire loro un futuro. Però si devono accontentare di Aleksandar Vucic, 47 anni, il premier che fa tutto per assomigliargli: non si è dimesso, ha accorciato la campagna elettorale a soli trenta giorni, sfruttando il vantaggio politico e mediatico della sua posizione e rubando la scena agli avversari. Controlla la stampa: in questo, è competente. Ai tempi di Slobodan Milosevic, era lui il ministro dell’Informazione che assicurava il rispetto della censura. Sul fronte politico, guida saldamente Partito progressista serbo (Sns) - non fatevi ingannare dal nome: è conservatore: ha allontanato Tomislav Nikolic che ne era il fondatore e presidente (a dire il vero, con l’appoggio del figlio Radomir). Infine, si è garantito il pieno appoggio di polizia e servizi di sicurezza, cioè ha occhi e orecchie puntati sulle opposizioni e i media critici. La vera domanda è: perché vuole la presidenza che ha meno potere del capo di governo?

Vucic non svela il mistero. Afferma di “voler mettere il Paese più vicino all’Europa”, come ha detto alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Però, nei fatti, la Serbia continua a dire no alla Nato e alle sanzioni europee contro la Russia: in questo modo ha un largo consenso popolare. Infatti è stato fervente ultranazionalista, seguace dell’estremista Vojslav Seselj, che oggi guida il partito radicale Srs, euroscettico e filorusso. Non a caso il 27 marzo Vucic è andato in pellegrinaggio a Mosca, dove ha avuto un fruttuoso colloquio con Putin. Hanno parlato di relazioni bilaterali, del fatto “positivo” che c’è stato un incremento del 2 per cento nel commercio tra i due Paesi, in gran parte dovuto alla crescita delle esportazioni serbe in Russia. Il primo ministro serbo ha ringraziato Putin per aver sostenuto l’integrità territoriale della Serbia e la sua sovranità. Ha rivendicato l’indipendenza nazionale, la libertà e la neutralità militare. Putin ha promesso “una generosa offerta”: sei caccia MiG 29 e diverse decine di mezzi corazzati, “un regalo”, ha spiegato Vucic ai serbi (elettori) che non “scalfirà il bilancio del nostro Paese”.

Uno spot micidiale, la mossa di Putin: ha annientato i rivali di Vucic alla corsa presidenziale. Le opposizioni hanno ovviamente protestato, lo accusano d’essere “un autocrate avido di potere con tendenze autoritarie”. E di avere cambiato idea: da nazionalista a europeista. Lui ha replicato (ma al Guardian): “Solo gli asini non cambiano, col tempo si diventa più maturi e responsabili”. Il problema è che le opposizioni sono litigiosissime. Non hanno trovato un’intesa. Col risultato che insieme i dieci sfidanti di Vucic non raggranellano i suoi voti. Secondo i sondaggi, potrebbe diventare presidente fin da domani, ed evitare il ballottaggio del 16 aprile: gli attribuiscono percentuali che oscillano tra il 53 e il 56 per cento.

Il primo degli avversari arriva a malapena all’11 per cento, ed è una sorta di Grillo alla ćevapčići. Si chiama Luka Maksimovic, compete con lo pseudonimo che lo ha reso popolare, “Ljubisa Preletacevic Beli”. Il suo cavallo di battaglia è la satira di tutti i difetti del politico balcanico. Ma non ha un programma. Secondo il politologo Boban Stojanovic, Beli è “per ora il simbolo della crisi dell’élite al potere in Serbia”. L’unico pericolo, per Vucic, resta solo l’affluenza. L’anno scorso, in occasione delle parlamentari, si aggirò intorno ai 3,8 milioni di elettori, “se aumenterà di 500mila elettori, allora Vucic rischia il ballottaggio”. Per questo, è volato a Mosca: a corteggiare e ricevere l’investitura dello zar, consolidando i legami economici e militari. Una strizzatina d’occhi a Mosca, comune a tanti altri leader dell’Est europeo. L’ombra del Cremlino si allunga su Belgrado: non solo simbolicamente. Davanti, o quasi, all’austero Palazzo presidenziale c’è una statua dedicata all’ultimo zar Nicola II Romanov, con tanto di spada sguainata.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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