Attenzione la polveriera Balcanica non è sopita L’EQUILIBRIO ancora oggi è precario, e proprio in queste zone sia l’Isi s che al-Queda hanno sostenitori e gruppi a loro collegati

Balcani

Fu alla fine d’agosto del 1993 che capitai a casa di Abdullah Sidran, grande poeta e drammaturgo bosniaco. Autore delle sceneggiature di “Papà è in viaggio d’affari” e “Ti ricordi di Dolly Bell?”, premiato col Leone d’Oro del 1983. Sarajevo era strangolata dall’assedio dei serbi. Non c’era luce. Né acqua. La gente moriva a decine, ogni giorno. Dodimicila vittime in tre anni. Un atroce stillicidio di morte e dolore. Gillo Pontecorvo pensava di poterlo salvare invitandolo alla Mostra del Cinema di Venezia, quale giurato. Ma per andarci, occorreva il nullaosta. Dell’Onu. E anche dei serbi: “Non voglio il consenso dei cetnici, Meglio restare ostaggio tra gli ostaggi di Sarajevo assediata e martoriata e non chiedere permessi a chi ha reso Sarajevo un cimitero”. Discutemmo vivacemente. Ad un certo punto, dopo che aveva accusato gli italiani di essere fascisti e la mia rabbiosa reazione (rovesciai il tavolinetto gridando: “Non si deve permettere di dirmi che sono fascista!”) si alzò di scatto dal puf sul quale era seduto e uscì, sbattendo la porta di casa. La moglie, imbarazzata, spiegò: “E’ orgoglioso, è ferito nel cuore e nella mente, lui che è davvero uno spirito laico e anticonformista...”. La moglie era croata. Il migliore amico, un serbo-bosniaco: Emir Kusturica. Che era scappato. Prima a Belgrado. Poi in America. E questo tormentava profondamente Sidran. Si sentiva tradito. Peggio, pensava che Kusturica avesse tradito Sarajevo.

Abdullah tornò poco dopo. Teneva stretta in mano una bottiglia di whisky. L’aveva pagata un occhio della testa, al mercato nero. Di giorno i nemici si sparavano furiosamente. Di notte intrallazzavano col contrabbando. Stappò la bottiglia, riempì generosamente un bicchiere. Brindammo all’amicizia: “Litigare ti fa capire”. Dalla finestra indicò prima una chiesa, poi un monastero bizantino, infine il minareto di una moschea. Le tre anime del suo Paese. Le anime, disse, del nostro mondo. Mise un disco, gli piaceva la musica italiana: Celentano, Modugno, Endrigo. Un colpo secco lo fece sussultare: un cecchino serbo aveva sparato, e probabilmente ucciso. Cominciò a parlare - l’alcool scioglie i pensieri: “Noi, qui a Sarajevo, viviamo nella fantasia, ci arriva ogni sorta di messaggio e questi messaggi ci dicono che siamo indispensabili al mondo e sembra che il mondo non possa vivere se gli viene sequestrato un esemplare di questa nostra razza sarajevica. Poi, però, riceviamo messaggi esattamente contrari, che il mondo cioè può sopravvivere e bene, solo se riesce ad ammazzare tutte le fedi minoritarie, i gusti estetici diversi, le affinità sessuali fantasiose... se l' Europa e il mondo vogliono vivere in un modo simile...vedi, allora questa Europa e il mondo non sono posti dove andare, questo Occidente è fascista...nessuno ci aiuta. Non l' ipocrita Occidente, perché pensa che siamo mussulmani e ci lascia ammazzare. Non l' Islam, perché crede che non siamo abbastanza mussulmani”.

Dannati corsi e ricorsi della Storia. La memoria è implacabile, da quell’incontro con Sidran sono trascorsi ventidue anni ed è come se fosse ieri. Sarajevo, il massacro di Srebrenica, la crisi del Kosovo, le tensioni etniche. Perché ci risiamo con la Grande Paura della “polveriera Balcani”, ci risiamo con i grovigli di una politica che si coniuga con corruzione e incompetenza, vedi l’attuale drammatica instabilità della Macedonia che sembra sempre più il preludio a qualcosa di peggio. Il peggio sono violenza e vendette, il crepitio delle raffiche, l’esplosione delle granate. Il pretesto è servito su un piatto d’argento: la sempiterna questione della minoranza albanese. Non un timore, ma una terribile realtà: il redivivo Uçk - l’esercito di liberazione del Kosovo - è tornato in azione con blitz sanguinosi (l’assalto alla caserma di polizia del 21 aprile, l’attacco a Kumanovo, cittadina macedone di frontiera, il 9 maggio). Vogliamo aggiungere, in questa calderone bollente la precarietà dello stesso Kosovo, sette anni dopo la proclamazione della sua indipendenza? Da mesi è in corso un esodo di massa, mentre Belgrado continua a non riconoscere l’indipendenza dell’autoproclamata repubblica kosovara.

Né meglio va in Bosnia-Erzegovina, serbi, croati e bosniaci collaborano con diffidenza e recriminazioni; le cicatrici dell’assedio di Sarajevo sono davanti agli occhi di tutti i suoi abitanti, le macerie e i luoghi degli eccidi ridipinti di rosso sangue...perché nessuno scordi gli orrori di una guerra feroce, spietata, barbara. Non basta rimuovere ufficialmente il passato, o negare quel che è successo. Vent’anni fa gli accordi di Dayton hanno fatto tacere le armi a Sarajevo, siglando una pace senza vinti né vincitori. La convivenza è un filo sottile di equilibri politici, di spartizioni di potere e complicati sistemi per non scontentare le tre comunità musulmane, ortodosse e cattoliche. Il risultato? L’immobilismo. Economia congelata. Disoccupazione giovanile estrema, la più alta d’Europa (67%).

Infine, le due grandi emergenze: i migranti e il terrorismo islamico. Dalla Grecia, il popolo che fugge piglia quella che viene chiamata la “rotta balcanica” per raggiungere, frontiera dopo frontiera, il Nord Europa. Camminano per centinaia di chilometri, un quarto sono donne e bambini. L’esodo dei disperati rischia di aggiungere tensioni alla tensione dei conflitti etnici sopiti, dormienti, ma fino a quando? La miccia è già innescata. Come quella, assai più subdola, della Jihad dietro l’angolo. Pochi giorni fa sono stati espulsi dall’Italia alcuni kosovari, persone ritenute “pericolose per la sicurezza nazionale”. Il fondamentalismo islamico ha solide basi nei Balcani, non soltanto in Bosnia e in Kosovo ma anche in Macedonia, Bulgaria ed Albania. Un serbatoio strategico: l’arruolamento è in costante ascesa. I servizi occidentali hanno prove che questi Paesi sono utilizzati come avamposti per le organizzazioni legate all’Isis e ad al-Qaeda e che dispongono di sofisticate quanto capillari reti (una ventina) ben radicate nel territorio. Dei tremila foreign fighters che combattono per il Califfato, 500 provengono dai Balcani. Anzi, c’è proprio una Brigata Balcanica nell’esercito dell’Isis, comandata da Lavdrim Muhaxheri, ex comandante degli albanesi dello Stato islamico (400 elementi, secondo Cia e Ocse). L’estate scorsa sono stati arrestati in Kosovo 450 reclutatori. In Bosnia, negli anni del conflitto, operavano due gruppi di cellule terroristiche, gli iraniani e gli “afgani”, chiamati così non per l’origine ma per l’amalgama, combattenti islamici provenienti dal Maghreb, dalla Libia, dalla Giordania e dallo Yemen. In Bosnia ha operato pure l’Hua (Harakat-ul-Ansar), legato ad al-Qaeda. Più che “polveriera”, Balkanistan.

Fonte: Leonardo Coen

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