Rolls-Royce, l’auto perfetta Cento anni fa, il 15 marzo 1906, Charles Stewart Rolls, pilota-pioniere terzo figlio di un barone, e Henry Royce, ingegnere quinto figlio di un mugnaio, fondarono un marchio che avrebbe segnato la storia del Novecento E avrebbe prodotto la “madre di tutte le macchine”, l’automobile dei re, dei presidenti e dello star system

Auto

C’è qualcosa di più i mportante della logica », disse un giorno Alfred Hitchcock, «ed è l’immaginazione ». Quando a Manchester cent’anni fa, giusto il 15 marzo del 1906, due personaggi assai diversi e per nascita e per indole, l’aristocratico Charles Stewart Rolls, terzo figlio del primo barone Llangattock, e il self made man Henry Royce, ultimo dei cinque figli di un modesto mugnaio, si recarono dal notaio per dare un senso societario al loro sodalizio che durava ormai da quasi due anni, erano intimamente convinti di stipulare un contratto che avrebbe segnato la storia dell’automobile. Non era presunzione: era la certezza che la Rolls-Royce Motors Limited aveva coniugato creatività ed innovazione, miscelando sapientemente il perfezionismo del migliore artigianato con la tecnica produttiva d’avanguardia.

Tradizione e sperimentazione.

Rolls e Royce sapevano che quella stipula avrebbe consolidato la loro fama e speravano in un rapido successo, con questo loro orgoglioso «mettersi sul mercato» puntando sulla qualità, l’esclusività e la raffinatezza. Ma non sospettavano che la data del contratto sarebbe invece diventata l’atto di nascita ufficiale della leggenda Rolls-Royce; tantomeno che il loro marchio sarebbe diventato il più prestigioso del mondo, che avrebbe alimentato il mito tutto Novecento e molto british dell’auto perfetta: la macchina dei re e dei capi di Stato, delle star e del “celebrity system”, il simbolo del lusso e dell’eccezione.

Quel giorno delle Idi di marzo del 1906, la Gran Bretagna era all’apogeo della sua potenza, l’Intesa Cordiale con la Francia era stata appena siglata, la seconda rivoluzione industriale le permetteva di dominare il mondo grazie alla supremazia militare corroborata da quella tecnologica, finanziaria e marittima; ma soprattutto la società britannica era pervasa da un fervore quasi messianico nel progresso: rappresentato dalla rapidissima evoluzione dell’automobile. Già nel 1895, la rivista americana Horseless Age, (l’Era senza cavallo) profetizzava nel suo primo numero: «Un’industria gigante lotta per venire al mondo. Tutti i segni indicano che il veicolo a motore è il seguito necessario dei metodi di locomozione già stabiliti ed approvati. Il pubblico ci crede». L’auto era già il «solo sogno che ci trasporta». Sempre più velocemente possibile: il 18 dicembre del 1898 il pilota Chasseloup-Laubat sorpassò i 63 chilometri l’ora. Jenatzy raggiunse i 105 sulla sua “Jamais Contente” nel 1899. Nel 1903, a Dublino, proprio il baronetto Charles Stewart Rolls stabilì il record mondiale con 93 miglia (149,668 chilometri all’ora), guidando una Mors da 70 cavalli.

Ma la velocità non bastava. Occorrevano auto affidabili, resistenti: in quegli anni pionieri, vederle ferme ai lati delle strade, coi radiatori fumanti, o con le balestre spaccate, era una scena normale, quasi scontata. Il prezzo da pagare: spesso, per colpa di cattivi assemblaggi o di motori poco collaudati.

Lavoratore leggendario

Più o meno quando il futuro amico e socio Charles Rolls fece quel record, l’ingegnere Henry Royce — geniale costruttore di gru motorizzate e vari congegni elettromeccanici — ebbe l’idea di acquistare una piccola vettura francese, la Decauville, e mal gliene incolse: spese più tempo a ripararla che non a guidarla. Poiché era un uomo caparbio e un leggendario lavoratore, Royce cominciò a capire che quella sgangherata automobilina poteva essere migliorata, e resa più decente. Addirittura ridisegnava e ricostruiva quelle parti del motore che secondo lui erano state fatte male, e con lui fecero apprendistato due valenti meccanici, Platford e Haldenby. Tuttavia Royce fu deluso dall’esperienza a tal punto che decise di fabbricarsi un’auto da solo. Nel giro di poche settimane ci riuscì: il primo aprile del 1904, alla faccia dei pesci d’aprile, la sua Royce da dieci cavalli (e due cilindri verticali) fu in grado di percorrere senza incidenti o guasti la strada tra Cooke Street e Knutsford, quindici miglia che lo convinsero d’aver fatto la scelta giusta. Venne registrata col numero M 612.

Il segreto del successo era la cura maniacale dei dettagli, il lavoro di altissima precisione e la scelta dei materiali migliori disponibili sul mercato: ogni volta che gli mettevano sotto il naso un manufatto che gli sembrava difettoso, lo rimandava indietro o lo distruggeva. Il che faceva lievitare i costi in modo inquietante. Talvolta gli capitava di sentir dire da un suo impiegato che qualcosa era stato eseguito «abbastanza bene», allora Royce lo rimproverava: «Nulla è mai abbastanza bene», si deve sempre cercare di migliorare ed è questa l’unica strada da percorrere. La meticolosa attenzione nel costruire e nel disporre ciascun componente del motore fu tale che fin da subito la piccola Royce divenne famosa per la sua silenziosità e la sua perfezione meccanica. Per essere sicuro che tutto funzionasse a dovere, Royce triplicò la produzione di ciascun componente della prima vettura (la seconda Royce fu consegnata al socio A. E. Claremont, la terza a Henry Edmunds che aveva acquistato un consistente pacchetto di azioni della F. H. Royce and Company, Electricians). La Royce M 612 continuò egregiamente a funzionare per diciannove anni, in fin di carriera venne utilizzata per la consegna della posta aziendale, nello stabilimento di Derby (fondato nel 1908 e dismesso trent’anni dopo). Poi, inopinatamente, fu demolita dalla stessa compagnia.

Il destino dell’ingegnere Royce s’incrocia con quello del barone Rolls — pilota sfegatato e concessionario delle lussuose auto francesi Panhard a Londra — nella primavera del 1904, il 4 maggio. Al Midland Hotel di Manchester. Paraninfo dell’incontro tra l’aristocratico e l’ingegnere, fu il dinamico e preveggente mister Edmunds. L’ambizione dei due futuri soci era in piena sintonia con gli umori del primo Novecento, con la poetica dello «slancio in avanti», con quella che diventerà «l’estetica della velocità» futurista: pulegge, pignoni, cilindri, valvole e radiatori sono idolatrati, una nuova bellezza viene identificata nelle carrozzerie e nei motori delle automobili.

Spirito dell’estasi

Royce ha 41 anni, Rolls 27. Il barone ha guidato una Royce, ne è rimasto entusiasta. S’impegna a vendere nella sua concessionaria tutte le auto che Royce vorrà produrre. Qualche mese dopo il loro incontro, il marchio Rolls Royce è creato: in un rettangolo, al centro campeggiano due R intrecciate. Sopra, si legge il cognome Rolls; in basso quello di Royce. I caratteri del logo sono originalmente scritti in rosso (diventeranno neri in segno di lutto per la prematura morte di Rolls, nel 1910). Il primo veicolo, un 2 cilindri da 10 cavalli, è assemblato poche settimane dopo. In fretta escono dall’officina Royce altri modelli da 3, 4 e 6 cilindri che sviluppano rispettivamente 15, 20 e 30 cavalli. L’obiettivo è presentarli al Salone dell’Auto di Parigi del 1904. Una scommessa che si traduce in trionfo.

Un anno e mezzo dopo, ecco i due soci sedersi davanti al notaio e dettare la ragione sociale dell’azienda che stanno fondando: «Vogliamo costruire la migliore vettura del mondo, quale che sia il suo costo, e venderla alle persone che saranno in grado di apprezzare un prodotto di qualità, avendone i mezzi e il desiderio di pagarne il prezzo ». L’arte è ordine e rigore. C’era già tutto, in quelle parole: compreso il notissimo detto «se chiedi il prezzo di una Rolls vuol dire che non te la puoi permettere». L’archetipo di un certo snobismo che trasforma la storia industriale (di nicchia) della Rolls- Royce in un capitolo di storia del costume, ma anche la ricerca della posterità. La doppia R intrecciata, assieme alla mascotte del radiatore — The Spirit of Ecstasy, la statuetta d’argento sul tappo del radiatore verrà realizzata dallo scultore Charles Sykes tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1911 — sarà il passaporto per l’eternità, il primo vero oggetto (del desiderio) capace di comunicare l’eccellenza di un’automobile su tutte le altre.

E anche di più. Non a caso, quest’anno, la Rolls celebra con sobrietà il centenario della fondazione societaria, ma non trascura i 95 anni della «mascotte». Per un motivo molto semplice. Basta rileggersi la cartella stampa che fu distribuita allora: «I Direttori della Rolls-Royce erano sconcertati nel notare che qualche proprietario di automobile Rolls-Royce fissava al tappo dell’acqua del radiatore mascotte alquanto grottesche, come Gollywoogs, poliziotti, e gatti neri... Essi quindi commissionarono al signor Charles Sykes la preparazione di un modello che potesse esprimere lo spirito stesso della Rolls-Royce, e quindi la velocità ottenuta nel più grande silenzio, l’assenza di vibrazioni, il misterioso dominio dell’energia, ed un meraviglioso organismo vivente quale una grande e potente barca a vela.

L’artista spiega che nel disegnare questa graziosa piccola dea egli aveva in mente «lo spirito dell’estasi che aveva scelto di viaggiare sulla prua della migliore automobile del mondo, godendosi la freschezza dell’aria ed il suono musicale delle sue vesti fluttuanti. Ella esprime la sua gioia, con le braccia allargate e lo sguardo fisso all’orizzonte». Lo fa da quasi un secolo, bella e voluttuosa “flying lady”. Dischiude le braccia lasciandosi accarezzare dal vento, sopra l’augusta calandra in forma di Partenone.

Fonte: La Repubblica