L’incredibile museo di Mougins, in Costa azzurra. Ricostruito un pezzo di storia Anni Trenta, un tuffo al cuore e il garage diventa paradiso

Auto MOUGINS

MOUGINS - La cosa più bella e divertente non sono le solite Ford T, la splendida Bugatti Grand Prix 1924 azzurra come il cielo di Provenza, la lussuosa Delage D8SS, l'aristocratica Hispano Suiza H6B, la Delahaye 135, la rara Porsche 935 che corse la 24 Ore di Le Mans, le Schlesser, l'arcaica Benz del 1894, la mitica Renault Type C, l'omnibus Delahaye-Belleville del 1906, la Lincoln cabriolet del 1938 o l'imponente Packard Patrician del 1951: quelle si sono già viste in tanti altri musei, modello più modello meno. No, il coup de coeur è un piccolo garage d'epoca. Ricostruito "come una volta", in modo quasi maniacale. Perfetto. Da collezionista. Come è Adrien Maeght, che ha costruito nel 1984 questo stupendo Museo dell'Automobilista di Mougins, a metà cammino tra Antibes e Cannes, dunque non lontano da Monaco (e dalla sua pista culto di Formula Uno), a due passi dalle tortuose e leggendarie strade del Rallye di Montecarlo, a un'ora esatta dal circuito di Le Castellet ormai trasformato in laboratorio per le prove delle scuderie di corsa.

Un museo di ardita concezione architettonica, una sorta di gigantesco accento circonflesso le cui vetrate riflettono la vicinissima autostrada, collegata con apposito svincolo: idea geniale, proporre invece dell'immancabile autogrill un tuffo nella storia dell'automobile. E nella storia della scultura contemporanea: perché le auto e le loro forme sono sculture abitabili, come sostenevano Le Corbusier e Marcel Duchamp.

D'altra parte, certe creazioni automobilistiche raggiungono lo stato puro dell'arte, e capita il contrario, quando cioè è l'arte che raggiunge l'auto (penso a Tinguely, César, Calder). Il fatto poi che ad organizzare il museo sia stato Maeght è una riprova che auto ed arte sono culturalmente contigui. Adrien Maeght, promotore della storica Parigi-Nizza del dopoguerra, e anche dei rally francesi per auto da collezione, è presidente della Fondazione Maeght di Saint Paul de Vence, sulla Costa Azzurra, voluta da Marguerite e Aimé Maeght. I quali affidarono all'architetto spagnolo Josep Lluis Sert l'incarico di disegnare una sorta di cittadella destinata ad ospitare la loro eccezionale raccolta d'arte contemporanea rispettando nel modo più assoluto i vincoli del paesaggio e quelli delle opere di Giacometti, Chagall, Mirò, Braque, Leger, Kandinski, Bonnard, Calder.

Così si spiega la filologica cura nel ricostruire un garage degli anni Trenta. Passi per la polvere che ingrigisce il cofano malandato della pur sempre interessante Salmson AL 3, popolare vetturetta francese degli anni Venti, un tempo quel cofano doveva essere di un bel pastoso color bordò, frutto di una vernice ormai irrintracciabile, perché oggi non se ne vende più, sorpassata dai prodotti sintetici. E passi anche per la ruggine che ha attaccato la targa 370 DG 38, questa può essere autentica, la macchina è del 1924, la muoveva un onesto motore di 1100 cc a 4 cilindri, appena 7 cavalli ma con una discreta velocità massima di 110 chilometri l'ora.

E passi pure per il pneumatico posteriore destro a terra e quello anteriore visibilmente sgonfio, altrimenti che ci faceva lì dentro al garage? Ecco quindi il vecchio crick. Ecco una saldatrice rotativa: quando partiva faceva un fracasso tremendo. Ecco lo stagnatore a cannello. Il grosso reostato trasformatore a mano, a mano era anche quel trapano "mezzarola", gli strumenti di precisione, le latte d'olio, il tornio, il "prova batteria"...

Il senso d'abbandono è d'impressionante accuratezza. Perché il meccanico fu costretto a lasciare il garage come oggi lo vediamo? La finzione e la realtà si mescolano. Persino gli odori sono quelli di "una volta": la pelle dei sedili, il legno, le fodere consunte. Il grasso e lo sporco dei piani di lavoro. Su una ribaltina, accanto ad una vetusta macchina da scrivere L. C. Smith&Corona, ad una radio a valvole ed un telefono da parete (Thomson-Houston), c'è infatti dispiegata la prima pagina di un quotidiano.

E' Le Journal del 2 settembre 1939: "Mobilitazione generale in Francia e Gran Bretagna", annuncia, "dopo l'odiosa aggressione contro la Polonia" della Germania di Hitler. E' l'inizio della Seconda Guerra Mondiale. Pensiamo a quel meccanico che è costretto a sfilarsi la tuta imbrattata di olio e di grasso. Che telefona alla moglie e le grida: "Mi hanno richiamato alle armi!". Che non termina il lavoro affidatogli.

Insomma, non ci vuole molta fantasia nel dare forma ai pensieri indotti da questo garage d'antan: gli oggetti raccolti e collocati secondo la misteriosa logica che governa ogni officina d'auto sembrano l'obsoleto catalogo dell'utensileria professionale d'anteguerra, un viaggio nel passato remoto dei materiali e delle tecniche di riparazione. La suggestione della memoria è accentuata dalla rossa pompa di benzina che svetta come una piccola torre al lato sinistro dell'ingresso, con i due grandi contenitori cilindrici (capacità di cinque litri l'uno) che servivano per raccogliere il carburante Buffalo Premium aspirato manualmente con una leva e per la successiva erogazione: "Dalle mie parti, in montagna, ne ho viste sino all'inizio degli anni Sessanta", rammenta commosso Giovanni Del Medico all'amico che lo sta accompagnando da Vicenza a Barcellona, "siamo in dieci e ogni anno organizziamo un raid dei musei dell'automobile con le nostre auto d'epoca", il loro riferimento è il museo dell'automobile Bonfanti Vimar di Romano da Ezzelino.

Sbirciano interessatissimi un cartello, posto sul paraurti della seconda vettura che sta ricoverata dentro il garage, un'altra Salmson Type S4 del 1934, 4 cilindri bialbero, 45 cavalli, 120 all'ora: "En vente", in vendita, 13.750 Euro. Già, questo museo non si limita ad appagare l'occhio e la mente. Ogni tanto vende quel che è esposto. Il prezzo della Salmson è a portata di chiunque. Poco più di una Panda.

Le altre vetture esposte, anche quelle più rare ed antiche, possono essere noleggiate, rigorosamente con chauffeur, a 800 euro al giorno. Noleggiare? Macché: "Prestare", dicono qui, "provare". E sognare.

Fonte: La Repubblica