Così l’auto è diventata “sinistra”

Auto

Partiamo dal basso. Cioè da noialtri automobilisti. Se l’industria automobilistica è sinistrata, e qui non si può non essere d’accordo con lo scrittore francese Patrick Besson, non è soltanto a causa dell’ennesima crisi economica e finanziaria globale, ma anche «perché l’automobile è diventata sinistra» (Le Point del 6 novembre): il numero delle persecuzioni inflitte all’automobilista, dal momento in cui piglia la patente a quello della sua morte, è talmente elevato che trasforma il piacere della guida in un autentico martirio. La formula di Besson per «rilanciare l’industria automobilistica» è quella di «liberare l’automobilista », di restituirgli l’estasi del volante, ed è ovvio che Besson si diverta con il paradosso, giochi con l’impossibile, e strizzi l’occhio agli orfanelli del dinamismo futurista — i predicatori della velocità — perché se i nostri genitori acquistavano delle auto per essere liberi, oggi noi sappiamo benissimo che i nostri figli ne saranno prigionieri.

Il problema è dunque come conciliare i sentimenti e le passioni con la realtà, con l’ambiente, con le problematiche della mobilità e dei consumi, con i conti in tasca e i prezzi della benzina, con quella che l’Espresso di qualche settimana fa ha definito «l’autodemolizione»: il progressivo disamore verso l’auto coincide con una maledetta congiuntura industriale e con una sorta di messa in mora (i limiti imposti alla circolazione, le città trappola, i punti patente, etc.). Per giungere all’apocalittica sentenza dell’antropologo Marc Augé, «il mito dell’automobile è morto». Una sciocchezza, con tutto il rispetto per Augé. Una sciocchezza perché il Motor Show di Bologna, che si celebra quest’anno per la trentatreesima volta, dimostra esattamente il contrario: oltre un milione di visitatori in una settimana — tanti sono stati quelli del 2007 — sono un record che nessun’altra manifestazione italiana può vantare. Vorrà pur dire qualcosa? Perlomeno, che il mito delle quattro ruote resiste all’usura del tempo, alla cassandre che seppelliscono le macchine, dimenticando che la presunta insostenibilità di un modello di società basato sull’auto è legata all’incapacità di gestire il territorio. La rivoluzione urbanistica “ambientalmente sostenibile” non è in contrasto con il mondo dell’auto. E non lo è neanche la stessa automobile: per la prima volta, e decisamente, l’industria del settore ha capito che bisogna accelerare la progettualità ecologica, senza più alcun indugio. Non a caso, il tema dominante del Motor Show di quest’anno è proprio l’innovazione in rapporto all’ecosostenibilità e alla sicurezza: l’Innovation Cube è l’idea/padiglione attorno alla quale ruoterà la rassegna bolognese, un luogo concepito per (di) mostrare al pubblico quale e quanta tecnologia avanzata c’è già e ci sarà sempre più all’interno di un’automobile. Un pezzo di futuro prevedibile, quello della “mobilità sostenibile”, non è più solo uno slogan ma un investimento per garantire all’auto di continuare “on the road ahead», guardando avanti. I grandi fabbricanti di auto hanno — chi più chi meno — sviluppato la loro ricerca puntando su due obiettivi: costruire vetture che inquinano sempre di meno (prevedendo le probabili restrizioni sui livelli di emissione consentiti) e che consumano il minimo di energia. A monte, ovviamente, c’è il discorso su quale energia pulita utilizzare. Idrogeno, elettricità, sole: la scelta è ampia e la sperimentazione avanzata. Come tradurre il futuro in presente? Al Motor Show la gente avrà la possibilità di sperimentare le varie soluzioni: senza dimenticare l’aspetto ludico e spettacolare che ancora l’auto sa regalare. Come sempre, l’anima profonda della manifestazione è legata all’emozione. E tuttavia, mai come in questi ultimi mesi nella gente si è diffusa la coscienza e la necessità di un cambiamento radicale: la pretesa cioè di poter acquistare vetture che non avvelenino e che non ci mandino in bancarotta. Quando i big delle grandi case Usa di Detroit hanno bussato cassa a Washington per tamponare il collasso finanziario, si sono sentiti dire da Barack Obama, il nuovo presidente, che i fondi saranno vincolati a un progetto di nuove auto solamente se pulite. In fondo, sono passati nemmeno cent’anni dalla scommessa di Henry Ford, che si mise a produrre la Ford T «buona per tutti gli americani». Purché «nera». Un solo colore abbatteva i costi industriali.

Fonte: La Repubblica