Lancia Una lunga strada di celluloide

Auto Venezia

Che c’entra il centenario della Lancia con la sessantatreesima Mostra di Venezia e quindi col cinema? C’entra, c’entra: il pretesto che lega il marchio torinese alla rassegna della Laguna non è banale e neanche furbastro. È un preciso rapporto di sponsorizzazione. Ma non casuale. Come suol dirsi, “mirato”. La Lancia è stata infatti protagonista — intendiamoci: come lo possono essere le auto nei film — di un fracco di pellicole, a cominciare dagli anni remoti del muto, dunque ben prima che nascesse la rassegna veneziana. Il mitico attore e regista Emilio Ghione, tenebroso ma popolarissimo interprete di Zà La Mort (1915), autarchico emulo di Arsenio Lupin, preferiva immortalare le Lancia nei suoi film perché erano le automobili più moderne in circolazione, le considerava «aiutanti magici» per far decollare il divismo tricolore (il suo e quello della moglie Calliope Sambucini, in arte Kally Sambucini, che lui soprannominò Zà La Vie) e per «maravigliare» il pubblico. La Theta prodotta nel 1913 era stata la prima vettura europea e la seconda nel mondo a disporre di un impianto elettrico integrato: cioè si montava al posto di guida, si spingeva un pulsante e il motore si avviava, mentre si accendevano i fari, senza dover ricorrere alla tortura della manovella.

Essendo nell’immaginario collettivo un’azienda automobilistica “classica”, la Lancia ha scelto per festeggiarsi la classica Mostra veneziana, la più antica del globo: un ritorno alle origini. Infatti, fin dagli esordi — la prima edizione si svolse nell’agosto del 1932 — il conte Giuseppe Volpi di Misurata utilizzò per i suoi illustri ospiti del Lido, da Greta Garbo a Clark Gable, da Norma Shearer a James Cagney, da Joan Crawford a John Barrimore, un servizio di limousine in cui si alternavano alle eccezionali Isotta-Fraschini, Hispano Suiza e Rolls-Royce le non meno significative Lancia Lambda (nella versione Torpedo), che furono le prime automobili al mondo con scocca portante e sospensioni anteriori a ruote indipendenti, con il tunnel di passaggio dell’albero di trasmissione e un ardito motore a quattro cilindri (V stretto di poco più di 13 gradi) e non solo: il bagagliaio era interno e chiuso con un sistema assai simile a quelli odierni. “Classe italiana” e genialità meccanica, ecco l’originalità del marchio torinese, antagonista della Fiat.

Per la Lambda, il palcoscenico del Lido — un palcoscenico davvero cosmopolita ed importante — fu la consacrazione di uno stile che univa discrezione, eleganza, raffinatezza e genialità. Molti modelli della casa automobilistica torinese marcarono la storia del cinema italiano, diventando spesso soggetti della scena e non solo oggetti per spostarsi nella finzione drammatica.

Registriamo la coincidenza dell’11 agosto del 1932, quando fu proiettato il primo film italiano: Gli uomini che mascalzoni di Mario Camerini. La componente automobilistica aveva il suo peso, per la «fragile altalena sentimentale » — come chiosarono i critici cinematografici — tra Vittorio De Sica, autista rubacuori, e Lya Franco, tenerissima commessa, figlia di un conducente di taxi. Per scenario una Milano quasi neorealista, quella della Fiera campionaria (dove Lya lavora come standista), la gita ai laghi, la Rinascente, il fascino delle quattroruote che fan girare la testa, parlami d’amore Mariù, quanto spasimare di sentimenti, quanto profumo di giovinezza, il cinema e l’auto specchio l’uno dell’altro, dove si riflettono i desideri e dove la gente coglie fantasia, libertà, sogno. Sullo sfondo panorami di una fotogenica e frenetica Milano, i marciapiedi affollatissimi e le strade trafficate di speranze e di fiducia. Appunto, cinema. E auto.

L’idea della Lancia a Venezia non è quindi affatto peregrina, risponde ad un tratto saliente della storia del costume, alle pulsioni sociali, all’infinita voglia di memoria. Cinema e auto hanno in comune l’ubiquità, sottolineava Cesare Musatti, uno dei padri della psicanalisi italiana. Durante un convegno intitolato proprio L’auto e il cinema, lo spiegò così: «Questa ubiquità è essere contemporaneamente in due luoghi e tempi diversi: la casa dove si svolge la mia vita quotidiana, la casa che è il posto del mondo vero, quello dove io sono fissato con il mio corpo e la mia persona e dove fintanto che mi porto con me il mio localino, che è dunque in qualche modo una parte della mia abitazione, l’auto intendo, continuo ad essere, perché non me ne stacco così come non mi stacco dal mio corpo. E questa realtà diversa, attuale, ma pur sempre un po’ estranea, dove posso circolare sempre più in fretta, sempre più lontano. E lo schermo, grande o piccolo che sia, mi porta a spasso, anche per quanto riguarda il tempo, scardinando quei parametri fissi che caratterizzano la vita umana dei tempi passati». Proviamoci anche noi. Flash back.

Eccoci a Torino, nello studio del notaio torinese Ernesto Torretta. È il 29 novembre del 1906. I collaudatori e piloti della Fiat Vincenzo Lancia e Claudio Fogolin registrano una società a nome collettivo per la costruzione di automobili. Hanno investito cinquantamila lire, tutti i loro risparmi. Hanno idee innovative. Costruiranno vetture «pacatamente avveniristiche» (Gillo Dorfles), spesso affidate ai più grandi carrozzieri dell’epoca.

Il giovane Lancia (classe 1881) pretende che tecnologia ed estetica siano di altissimo livello. All’avanguardia (parola d’ordine di quei lustri). Le sue Lancia diventano fin da subito auto di prestigio, per quell’esigenza di costante innovazione. Nel 1933 nasce l’Augusta: è la prima auto al mondo con carrozzeria portante. L’anno dopo è il turno dell’Aprilia, studiata col contribuito della Facoltà di ingegneria del Politecnico di Torino: il suo coefficiente aerodinamico è 0,47, la maggior parte delle altre automobili si deve accontentare di uno 0,60. Le sospensioni sono tutte indipendenti, i freni posteriori sono posti sull’uscita del gruppo cambio-differenziale, non più sulle ruote. Durano di più.

L’Aprilia è veloce nonostante la cilindrata (1351cc): supera i 125 all’ora, ha una tenuta di strada notevolissima. L’esordio internazionale è ai Saloni di Londra e Parigi, 1936. Vincenzo Lancia muore l’anno dopo, prima della commercializzazione. L’Aprilia continuerà ad essere prodotta e venduta sino al 1949. lascerà il posto alla stupenda Aurelia: sobria la carrozzeria, sotto al cofano il primo motore sei cilindri a V di 60 gradi del mondo, prodotto in serie. Rivoluzionaria la trasmissione, con frizione e cambio al retrotreno, che assicura stabilità formidabile. Dalla costola dell’Aurelia berlina scaturiscono due gioielli: la Gran Turismo (B20) e la Gran Turismo 2500 spider, la meravigliosa B24.

E qui, si riannoda il filo infinito del cinema e dell’automobile. Ferragosto 1962. Una bellissima spider lanciata a tutta birra lungo la via Aurelia, fra Roma e Castiglioncello, procede in avventurosi zigzag tra camion, sidecar, vetturette zeppe di gitanti in marcia sulla rotta delle vacanze di massa: «Va’, cavallina! », è l’incitamento di chi la guida così sconsideratamente. È una B24 convertibile carrozzata Pininfarina. Supercompressa, decapottabile, elegante, spavalda.

Sono gli anni di fine boom, il tempo delle «vacche apparentemente grasse» (Masolino D’Amico).

L’auto e la strada rappresentano ormai i nuovi territori distintivi degli italiani che «hanno un culto speciale per i paraurti, forse derivato dagli antichi culti priapei. I paraurti insomma delimitano i confini della macchina e come tali sono considerati sacri», avrebbe annotato Ennio Flaiano in Welcome in Rome, uscito sull’Espresso nel 1972. Quest’Italia è sovente chiassosa. Clacson prepotenti riecheggiano nella penisola. Il clacson della nostra B24 è bitonale, aggressivo, invadente.

È una delle celeberrime scene in esterni del film Il sorpasso. Lo dirige Dino Risi. È diventata una pellicola di culto. Protagonista è Bruno Cortona, quarantenne cialtrone «ossessionato dalla furia di vivere e dal timore della vecchiaia, il correre in auto diventa una rivincita sui fallimenti della vita privata» (Morando Morandini). Curioso: anche il personaggio protagonista di Gli uomini che mascalzoni si chiama Bruno. Nel Sorpasso l’interprete è Gassman, Vittorio come il De Sica del film di Camerini.

Zoom grottesco e crudele della cinepresa. Lentamente punta sul cruscotto. Tra l’autoradio Voxson e il volante spicca una placca rettangolare a calamita: «Sii prudente / a casa ti aspetto io», si legge. Accanto, la fototessera di una bella bionda. L’esuberante Gassman ne è orgoglioso. «È mia figlia», dice al giovane Roberto Mariani (Jean- Louis Trintignant), studente imbranato e timido che gli sta a fianco, «io bene come in macchina non sto in nessun posto». Bruno lo ha coinvolto in un viaggio che si rivelerà tragico.

Nel giro di poche ore ma di tanti chilometri, Bruno convince Roberto a godere la vita attimo per attimo: «Dai, Robe’! Che ti frega della tristezza? Lo sai qual è l’età più bella? Te lo dico io qual è: è quella che uno ha». Bruno è straripante: al pari dell’Italietta a motore, delle spiagge brulicanti, dei “cumenda” arroganti, delle sagre a ritmo di twist. La colonna sonora alterna Un uomo in frac di Modugno a Per un attimo di Peppino di Capri. La tragedia arriva dopo l’ultimo, incosciente sorpasso. Roberto muore. Bruno prende coscienza che la pacchia è finita. Certe volte basta un film, un’auto, chi la guida e come viene guidata, a raccontare il passato e il presente.

Fonte: La Repubblica