L’Aston Martin e 007 Due fabbriche dei sogni Auto e cinema da sempre una coppia perfetta. E così nell’ultimo 007 “Quantum of Solace” si rivede la classica Aston Martin ma spunta anche la Ka

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Imperversa sugli schermi l’ultimo James Bond, “Quantum of solace”, e con lui furoreggia la fedele Aston Martin, una DBS dalle linee compatte, eleganti ed aggressive, così british e — «oh my God!» — così strabiliante per via delle sue incredibili prestazioni extrautomobilistiche. Pochi ricorderanno che lo scorso 19 aprile, alle sette del mattino, una di queste preziose vetture si è esibita in un rocambolesco incidente ed è finita in fondo al lago di Garda durante le riprese, mentre un collaudatore la stava riportando sul set principale. Jonathan Fraser, che la guidava, tornava dalla mitica e terribile provinciale 38, la Porto-Pieve che dagli altopiani di Tremosine picchia sulla Gardesana, attraversando la forra del torrente Brasa: un tornante via l’altro a strapiombo sul Garda.

Lì comincia il film con un inseguimento mozzafiato di undici minuti tra Limone, Tremosine e Malcesine: fa un certo (orgoglioso) effetto — o è solo l’induzione emotiva degli effetti speciali? — la suspense provocata da quelle strade domestiche trasformate in thrilling roads.

Come sempre, la realtà supera la fantasia. Forse il buon Fraser, quel sabato 19 d’aprile, pensava d’immedesimarsi un po’ troppo allegramente nella parte di 007, dimenticando che la bellissima ma tortuosa Gardesana, la «strada più bella del mondo», è spesso traditrice. Inoltre pioveva a dirotto e a un certo punto, poco dopo Torbole, Fraser ha perso il controllo dell’Aston Martin, come un qualsiasi autista della domenica. Risultato: il bolide sfondava venti metri di rete protettiva e piombava come un siluro nel lago dopo un volo di otto metri. Il collaudatore riusciva, per fortuna, a saltar fuori in tempo dalla macchina e a cavarsela con qualche contusione. L’auto, invece, si inabissava sino a 55 metri di profondità. I vigili del fuoco hanno faticato non poco per recuperarla. La foto dell’Aston Martin che riemerge dal Garda tirata su da un cavo d’acciaio come fosse un grosso pesce che aveva abboccato all’esca dei pompieri, ovviamente ha fatto il giro del mondo. Troppo ghiotta.

Uno spot che alimenta il mito di 007 e che consolida l’inossidabile binomio delle due grandi fabbriche dei sogni, quella del cinema e quella delle quatto ruote: sempre più spesso il culto dell’auto, e certe automobili “culto”, diventano soggetti cinematografici e rubano la scena ai protagonisti.

Chi ha dimenticato la rossa Duetto nel “Laureato” di Mike Nichols (1967), indispensabile elemento narrativo di un film già epocale per l’innovativo uso della musica pop di Simon&Garfunkel e per la bravura di Dustin Hoffman? Nel caso della saga di James Bond, succede che l’auto si trasformi inun elemento dominante dell’azione cinematografica e, di riflesso, della stessa psicologia del personaggio 007: lo spettatore si immedesima nel suo eroe quando costui si mette al volante e si districa da situazioni inverosimili, contando sulle qualità ipertecnologiche della sua macchina e sulla sua perizia di audace pilota. Un po’ quel che desidera il comune guidatore, quando avvia la propria vettura. Per non scontentare questo spettatore-tipo, e per illuderlo ancor di più, ecco che accanto alle irraggiungibili Aston Martin si affiancano normali vetture di serie: in “Quantum of solace” è il turno di una Ford Ka, affidata alla bella bondgirl Olga Kurylenko. Il messaggio è semplice, elementare: anche una macchinetta come la Ka può fare mirabilie. Voglio una vita spericolata, voglio una vita come Steve Mc- Queen, cantava Vasco Rossi: l’attore icona nato non per caso a Indianapolis quando non girava un film correva per davvero nei circuiti delle varie formule Usa. Spericolato e irregolare come Steve? Romantico e antieroe come Dustin? Affascinante e indistruttibile come Bond? Di certo le suggestioni cinematografiche influenzano l’immaginario collettivo delle masse al volante, d’altra parte la metafora che viviamo in un mondo dove le strade sono come i sentieri dei western, i nastri asfaltati campi di battaglia, con i choppers e le automobili al posto di cavalli e wagoners funziona benissimo. “Easy rider” (1969) è non per nulla il più famoso film di strada della storia del cinema. Il tema classico del viaggio trova nei film il suo spazio ideale, in cui l’auto assume la configurazione di una camera di compensazione psicanalitica. In “Cinque pezzi facili” di Bob Rafelson (1970) Jack Nicholson se ne serve per (s) fuggire dallo scontento, dalla coscienza infelice.

Uno stato d’animo che Dino Risi seppe amaramente ed emblematicamente descrivere nel magnifico “Il sorpasso” (1962) dove Vittorio Gassman (alias Bruno) impersona un quarantenne ossessionato dalla furia di vivere e dal timore della vecchiaia, «per il quale correre in auto diventa una sorta di rivincita sui fallimenti della vita privata» (Morando Morandini). La Lancia Aurelia B24 spider di Gassman è l’oggetto transfert, lo status symbol di un determinato momento storico della nostra società, gli anni del boom, dell’euforia, delle sue illusioni, delle sue inquietudini. In “Duel” (1971) di Steven Spielberg, un commesso viaggiatore sorpassa inopinatamente un grosso truck (un Peterbilt 351) che non gli dà strada. Mal gliene incoglie: l’autista del camion, che il regista non ci mostra mai, comincerà a tallonarlo spietatamente, facendo di tutto per gettarlo fuori strada. Il viaggio — eterna metafora della vita — si trasforma in un incubo, la normalità in una situazione estrema, l’auto in una trappola per topi. Come sfuggire a questo dannato destino? Lottando. Non arrendendosi mai. Alla fine il commesso viaggiatore riesce a vincere il duello con l’invisibile avversario, ma non a battere l’angoscia della perenne battaglia dell’uomo contro la morte

Fonte: La Repubblica

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