L’Alfa torna in Formula 1 Dopo 30 anni - Il rientro ‘di facciata’ come sponsor della scuderia svizzera Sauber

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MILANO. Sa di cuori e motori la notizia che l’Alfa Romeo torna in Formula 1 dopo oltre trent’anni di latitanza, come un miraggio sui crinali sabbiosi della nostalgia a cilindri e pistoni e della storia di uno sport che più di ogni altro rappresenta sogni e passioni italianissimi. L’Alfa è un mito “democratico”, perché è una macchina più alla mano e più accessibile della Ferrari, la rivale di sempre: i suoi motori, negli anni ruggenti delle monoposto, strabiliavano ed emozionavano; le sue vetture dominavano le corse, in sfide epocali coi giganti dell’industria tedesca: poesia e temerarietà quando Tazio Nuvolari era al volante. O quando il donnaiolo Nino Farina, “superbo alfiere dell’Alfa Romeo” (titolo della Gazzetta dello Sport, lunedì 4 settembre 1950), perenne sigaro in bocca, divenne il primo campione mondiale di Formula Uno, imponendosi nel Gran Premio d’Italia all’autodromo di Monza (fu anche il primo vincitore in assoluto di un Gp di F1 e il primo a strappare la pole position).

Ma c’è il trucco. O meglio, la sòla: il marchio del Biscione fa la sua rentrée solo di facciata. Senza, cioè, schierare al via una monoposto tutta Alfa come ai tempi di Farina. Sarà main sponsor, lo sponsor principale della scuderia svizzera Sauber che continuerà a correre come negli ultimi anni, ossia con un sano motore Ferrari sotto il cofano. Insomma, Sergio Marchionne - l’amministratore delegato del gruppo Fca di cui fa parte l’Alfa, nonché presidente della Ferrari - ha messo in piedi un’abile operazione commerciale, per rilanciare l’impronta sportiva dell’Alfa. Con qualcosina di più che una semplice verniciata marketing: l’accordo, infatti, prevede uno scambio tecnico e strategico tra l’azienda milanese ed il team elvetico fondato da Peter Sauber nel 1993 ed apprezzato per la passione profusa sui circuiti della Formula Uno nonostante i modesti risultati (su 441 gare, una sola vittoria). Con il Biscione ci sarebbe pure Antonio Giovinazzi, giovane pilota italiano di grandi speranze, in forza alla Ferrari che lo vorrebbe come secondo pilota alla Sauber. Per ora il posto è dello svedese Marcus Ericsson che ha 27 anni, mentre primo pilota è il giovane ventenne monegasco Charles Leclerc che ha vinto il campionato di Formula 2 ed è pure lui sotto contratto del Cavallino. La Sauber, nei disegni di Maranello, dovrebbe diventare uno “junior team”, una squadra per allevare talenti. Oggi i manager chiamano questo tipo di progetto incubator: si selezionano i giovani che hanno dimostrato qualità e capacità, e li si inserisce in una realtà molto competitiva con forte tutoring, insegnamento. Di fatto, si sfruttano talento ed entusiasmo per raggiungere il risultato, cioè un piazzamento che porta punti alla squadra. Per i giovani assi del volante è una straordinaria opportunità. Per le scuderie, un investimento a lungo termine non oneroso. Investi in immagine, in gioventù e in narrazione sportiva.

Non a caso Marchionne ha dichiarato che l’Alfa Romeo è determinata a “scrivere un nuovo capitolo della sua unica e leggendaria tradizione sportiva. L’accordo con Sauber è un passo significativo nella ricostruzione del brand Alfa Romeo”. Tradotto: non è solo un ritorno, ma una restituzione. Quella del Biscione al grande automobilismo di stupende prodezze e vorticosi trionfi.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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