Faceva tanto on the road così nel ’68 divenne regina

Auto

La meravigliosa Due Cavalli fu una vettura rivoluzionaria per quelli della mia età che avevano vent’anni giusto nel Sessantotto.

La nostra generazione riscoprì e mitizzò definitivamente la 2CV perché ne era il riflesso a quattro ruote, insomma, come si diceva allora, nella misura in cui soddisfaceva il politicamente corretto (bla bla bla) e poi c’era la precedente consacrazione beat, il fascino del nomadismo, l’avventura a buon mercato, un tripudio di immagini tutte libertà e liberazione, senza dimenticare le paranoie On the Road.

Rivoluzionaria e suggestiva, quella macchina così strana ed attempata faceva infatti tanto Kerouac e “scrittori bruciati”, evocava le magnifiche imperfezioni della vita, peace and love, il pane e le rose, colori e sorrisi, porci con le ali, emancipazione, idee, trasformazione, compagne e compagni, il lessico assembleare. Il mio amico Mauro Rostagno, che verrà ucciso in Sicilia dalla mafia, diceva che il Sessantotto era stato «bellissimo», ma anche «pazzesco», anzi, addirittura «un delirio». Il Sessantotto arrivava addosso anche attraverso la percezione di marginali fattori esteriori, come il «viaggio sulla 2CV», non per questo meno significativi. In fondo, era un’auto nata giusto vent’anni prima — ottobre del 1948 — creata per essere davvero «popolare» ed economica, polivalente e battagliera, come recitava la leggenda.

Il patron della Citroen aveva ordinato ai progettisti una vettura capace di trasportare due contadini, i loro zoccoli e un sacco di patate da cinquanta chili o un barilotto equivalente di vino, con tre litri di benzina per cento chilometri (però assai lentamente: a sessanta all’ora)? Davvero, la 2CV è stata, come il Sessantotto, «bellissima», «pazzesca», «un delirio». Dietro il parabrezza lungo e stretto, la Due Cavalli era grande il doppio della 500 e consumava molto meno: ricordo che il motore produceva un rumore piuttosto forte, come un rullo di tamburo, che disturbava la musica dei mangiadischi, in mancanza di autoradio. Dentro, l’odore di caucciù e di chissà quale resina dopo qualche chilometro si spargeva per l’abitacolo e subito eravamo costretti a sollevare i mezzivetri laterali, che si spalancavano non sempre ubbidienti alle nostre pressioni. La 2CV sopportava magicamente buche e stradacce, s’inclinava come uno scooter e affrontava qualsiasi tempaccio senza mai lasciarti a piedi. Manutenzione minima, bisognava stare attenti solo ai livelli dell’olio, prima di partire. Ovviamente l’automobile, come «strumento borghese», entrò nel mirino delle nostre radicalizzazioni, il comfort e l’ostentazione del lusso erano oggetto di furibonda contestazione: arrivammo ad un compromesso con la nostra coscienza rivoluzionaria, le utilitarie erano alla portata delle tasche di tutti, dunque erano compatibili con i nostri principi. In questo fulgido periodo — breve ma esaltante — di piena e felice vitalità per fortuna cambiammo rapidamente idea. L’auto divenne un modo per ribellarsi agli schemi della tradizione, e la 2CV, per le sue caratteristiche «povere ma belle» fu in un certo senso la bandiera a motore del Sessantotto, prevalendo sulla sorella R4 e la nostrana 500, del trio la più scomoda. Sotto questo profilo, la Citroen 2CV aveva due comode sedie davanti e un pancone dietro, vagamente imbottito in materiale sintetico: ci si poteva stare addirittura in tre. Insomma, la 2CV rappresentava un geniale compromesso tra economicità di gestione e comfort. Affrontava qualsiasi terreno, senza far soffrire i passeggeri: era la più gettonata nei viaggi in Marocco, Tunisia ed Algeria, dove si “assaggiava” il deserto del Sahara. E quando il caldo era insopportabile, bastava sganciare la lunga capote per trasformare la «Lumaca di latta» in cabriolet.

Poi vennero cinema e cantautori a renderla leggendaria. Persino James Bond la porterà sugli schermi (nel 1981, in “Solo per i tuoi occhi”, gialla limone, la più diffusa assieme al color sabbia e varie tonalità del celeste) mentre Peter Sellers alias l’ispettor Clouseau finisce addirittura in piscina con la sua 2CV furgonette nell’esilarante “La vendetta della Pantera Rosa”. Louis Malle la immortalò nel magnifico “Les Amants”, era il 1951, un anno dopo sarebbe nato il primo fans club delle 2CV. Nel ‘64 tocca a François Truffaut (“Peau douc”), Jacques Brel la guidava a Montmartre e Claudio Baglioni se ne comprò una gialla coi parafanghi neri, la battezzò Camilla e la cantò teneramente nel 1973. Per sottofondo, il rumore dell’avviamento, una portiera sbattuta, i cigolii. Sul sedile, canta Baglioni, tengo il diario di Simona, «gira e rigira amore bello», la Camilla? Yes, my car. Noi sul sedile della 2CV ci lasciavamo “L’uomo a una dimensione” di Marcuse, “La rivoluzione sessuale” di Wilhelm Reich e “Cent’anni di solitudine”, quasi un codice d’identificazione. I basilari simboli culturali del Movimento. La nostra biblioteca minima viaggiante che denunciava i mali della società massificata e istupidita dal consumismo e dai mass media.

Quanto a Gabriel Garcia Marquez, beh, lì c’entrava la voglia di raggiungere un luogo dove l’immaginazione era al potere: Macondo divenne un punto fisso nella mappa dei nostri sogni. Nel film di Maurizio Sciarra, due ragazzi all’alba del 24 aprile 1974 lasciano Parigi diretti a Lisbona. È caduto il regime di Salazar. S’intitola “Alla rivoluzione sulla due cavalli” (2001).

Fonte: La Repubblica

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