Auguri vecchio Canard! Un libro celebra i cento anni di vita del settimanale satirico francese. Che è in splendida forma: fuori dal web e senza pubblicità, vive (bene) grazie ai lettori

Storie Parigi

PARIGI. Concedetemi il lusso di cominciare più volte questo articolo. Come in quel film dove il protagonista rivive più volte lo stesso giorno.

Primo inizio.

Altro che pomposo The International Consortium of Investigative Journalists, quelli dei Panama Papers. Senza sfoderare centinaia di reporter, migliaia di verbali, decine di migliaia di dossier. A Parigi, al numero 173 della centralissima ed elegante rue de Rivoli c’è da un secolo la redazione di Le Canard enchainé che ogni mercoledì, dal 1916, fa lo stesso, senza tanta grancassa all’americana: nelle sue otto pagine, con ostinata perseveranza sforna clamorose inchieste che mettono in crisi governi e sbugiardano ministri, pubblica beffardi articoli che inchiodano padroni delle ferriere e banchieri disinvolti, che svelano retroscena e mettono alla berlina chiunque se lo meriti. Senza dimenticare le vignette e le caricature, che corredano con puntuale impertinenza le pagine, gocce di fiele indirizzate ai potenti. Le sue armi sono antiche come la cultura: la satira, innanzitutto. E la curiosità. In giornalismo, la curiosità diventa ricerca, cioè investigazione. E lo scherno, un modo per ridicolizzare e canzonare personaggi della vita pubblica, per affrontare problemi scomodi in modo ironico, il che presuppone - parafrasando Michael Moore - che il lettore abbia un cervello. E che si diverta: sogghignando. E indignandosi.

Ah, un dettaglio fondamentale: Le Canard enchainé è considerato un giornale politicamente indipendente. Senza etichette: “La tendenza attuale è l’obiettività. Né destra. Né sinistra”, conferma il disegnatore André Escaro. La reputazione del Canard è legata al fatto che non esita a denunciare tutte le derive dei politici e gli scandali quali che siano la loro natura e il loro orientamento. Altro pilastro della sua credibilità è l’affidabilità delle notizie: “Questo giornale è molto attaccato alla protezione delle fonti d’informazione”, spiega lo storico Laurent Martin, “che non ha equivalenti in Francia e nel resto del mondo. E che rappresenta una forma alternativa della stampa che non ha equivalenti in Francia e nel mondo”.

Secondo inizio.

Qui si racconta di un fenomeno unico, al tempo dei social networks, del giornalismo 2.0, della politica twittata, delle news flashate sugli smartphone. Nell’anno di grazia 2016, c’è un settimanale satirico che tira avanti da un secolo senza cambiare formula editoriale e che se ne frega di Internet: “A dispetto delle apparenze, Le Canard non vuole sguazzare sul Net”, è l’avviso ai naviganti se ci si inoltra nel suo sito. Le Canard enchainé ha scelto di non sfruttare il web: “Il nostro mestiere, è quello d’informare e di distrarre i nostri lettori, con un giornale di carta e di inchiostro. E’ un bel mestiere che basta per occupare tutta la nostra squadra”. Insomma, volete leggerci? Recatevi all’edicola, non cliccate sul computer. Il sito si limita, “per ora”, a dare qualche informazione pratica, e “anche ad occupare gli indirizzi che degli imbroglioni hanno talvolta tentato di dirottare, facendosi passare per noi”. Comunque, è la promessa, poco per volta “ci sforzeremo di arricchire il contenuto del sito, con una rubrica storica e, forse, con un accesso agli archivi. Nel frattempo, il molto modesto cyber-Canard vi da appuntamento a mercoledì, al vostro giornalaio!”. La scelta, eroica ed orgogliosa, di non ricorrere al supporto digitale è emblematica. Surrogata dai dati della diffusione: 400mila copie, e una riserva di capitale che ha del prodigioso, 120 milioni di Euro. Una bella salute finanziaria. Il tutto, senza ricorrere alla pubblicità, bandita dalle pagine del Canard. Proprio per non dipendere da nessuno e per non subire pressioni politiche. Rifiutando la “manna pubblicitaria”, può permettersi di denunciarne ai suoi lettori l’influenza negativa nei media: “Siamo un’eccezione”, dice il caporedattore Erik Emptaz, “non solo ci permettiamo di non incassare soldi dalla pubblicità, ma non li facciamo spendere ai nostri lettori. Infatti da venticinque anni il prezzo è lo stesso: un Euro e 20 centesimi”. Alla faccia della crisi della stampa. Curiosità: i 40 redattori e i 30 stagisti non possono giocare in Borsa, né fare collaborazioni altrove, né accettare regali o onorificenze. In cambio, sono tra i più pagati.

Terzo inizio.

Cent’anni di Canard enchainé. Mica di solitudine. Ma di moltitudine: quella dei quattrocentomila fedeli lettori che lo comprano per resilienza civile. Perché non credono alle balle dei governi. O alle bugie dell’Eliseo. Perché smaschera le bufale, inchioda la corruzione, rivela gli attentati ai beni pubblici, gli accomodamenti col diritto e la giustizia (vedi l’attuale processo Lagarde-Tapie) e si diverte a spettegolare. E’ il buco nella serratura dove sbirciare gli spregiudicati affaristi del sottobosco politico: “Il nostro giornale è un po’ libertario, è molto critico sul sistema politico”, mi ha detto una volta Claude Angeli, una delle sue firme più illustri. Il longevo e disincantato settimanale satirico Le Canard enchainé ha un secolo di vita, ma non li dimostra: tutti i suoi denti sono ancora ben affilati. Ha un carattere difficile, chi lo nega? E’ irriverente, impertinente, indisponente. E’ un giornale dispettoso, culot come dicono i francesi, cioè ha la faccia tosta - come quella di Jean-Paul Belmondo. Le canta. L’altra faccia della storia francese di questi ultimi cent’anni.

Come, lo racconta un tomo di ben 672 pagine edito da Seuil, in libreria da poche settimane. Sta diventando la strenna di Natale: va a ruba nonostante i 49 Euro. S’intitola Le Canard enchainé 100 ans, “un secolo di articoli (2mila quelli raccolti nel volume, ndr.) e di disegni” scelti da Laurent Martin e Bernard Comment, con un allegato di LVII pagine, il romanzo del Canard di Patrick Rambaud. E’ un viaggio emozionante. E’ pure la dimostrazione che nulla è cambiato anche se tutto pare cambiato. Il giornale nasce in piena Grande Guerra, in un clima di propaganda e di mistificazione dialettica: tutti pretendono di dire la verità, così come di affiggere la scelta di mentire. Difficile far ridere in un periodo così tragico, ma l’impresa riesce al suo fondatore, il giornalista Maurice Maréchal, a sua moglie Jeanne e al grande disegnatore Henry-Paul Deyvaux-Gassier: “Quando vedo qualcosa di scandaloso, la mia prima reazione è d’indignazione, il secondo è ridere, che è più difficile ma è più efficace”, ripeteva Maréchal, maestro di satira, derisione e doppisensi. Adottò come manchette della testata una giuliva anatra. In francese canard non vuol dire solo anatra, ma anche falsa notizia, indiscrezione. Ma il volatile interrompe il volo dopo appena cinque numeri. Il primo uscì il 10 settembre del 1915, il quinto a fine ottobre. Mancavano i lettori. O forse, la macchina redazionale non era ancora pronta. La mattina del primo luglio 1916 cominciava la battaglia della Somme, il più tragico massacro della Prima Guerra Mondiale (l’ultima fase della battaglia terminò il 19 novembre: le perdite tra morti e feriti sono terribili, 620mila inglesi e francesi, 450mila tedeschi). Il 5 luglio riprendeva le pubblicazioni il Canard, stavolta con più cipiglio indomito e libertario, non senza critiche nei confronti della casta militare che stava mandando a morire intere generazioni di francesi.

Quattro direttori in cent’anni (Maréchal, René Tréno, Roger Fressoz, Michel Gaillard), ed una continuità ideale che non ha altrove riscontri. In questo lungo secolo, il Volatile - il soprannome è l’alter ego del Canard - ha sventato innumerevoli tentativi di intimidazione e di conquista. Non ha risparmiato nessuno: autorità politiche, militari, religiose, diplomatiche, accademiche. Certo, nel corso del tempo ha conosciuto crisi interne, addii più o meno devastanti, sfaldamenti politici. Ma ha saputo sempre denunciare in maniera ferma e sarcastica i totalitarismi, i fascismi, le guerre. Solo l’occupazione nazista ha provocato l’interruzione delle pubblicazioni, dal giugno 1940 al settembre del 1944. Ha subìto periodi di censura, durante le due guerre, qualcuno cercò di spiare la redazione (il famoso caso dei “micros”, le cimici dei Servizi), subì processi, anche di recente (caso Bolloré, sulla “lista nera” dei giornalisti di Canal+ da licenziare). Il generale de Gaulle domandava ai suoi collaboratori: “Che dice il Volatile questa settimana?”. Lo temevano Barrès, Millerand, Lebrun, Daladier. Pompidou era uno dei bersagli preferiti, come Giscard. Mitterand, di meno. Chirac, assai di più: vedi lo scandalo dei diamanti di Bokassa...Anche Sarkozy ha penato parecchio, meritandosi caterve di prime pagine. E Hollande era diventato Pépère...Nonnino, ossia tranquillo, pacifico, una presa in giro bonaria ma perfida allo stesso tempo. Col trumpismo incombente, il Canard volerà ad alzo zero.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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