Addio Milan, aspettando la resurrezione È SOLO BUSINESS. In molti non accettano il misterioso Li Yonghong: non è xenofobia, ma delusione. E oggi va in scena il primo cinoderby milanese

Storie Milano

Addio Milan, ci siamo amati tanto, tantissimo, ma adesso non sappiamo, siamo smarriti, delusi, frastornati da tante parole che suonano farlocche, come il suono balordo delle campane fessurate.

Nel giorno, o meglio, nel mezzogiorno del primo cino-derby milanese, il lamento del popolo casciavit – i milanisti doc – si propaga per le infinite rotte del web, si raggruma ai banconi di sgomenti Bar Sport, si diffonde a macchia d’olio per la città svuotata del Sabato Santo, vigilia di Pasqua, giorno della Resurrezione di Gesù. Lo sarà pure del Milan?

Con tutto il rispetto per l’Unto del Signore che l’ha appena venduto, ci permettiamo qualche dubbio. Il momento che temevamo è giunto, registrano amaramente i tifosi più accorati, che pure hanno vissuto tempi bui, come la calata all’inferno della B (che beffa, per il Diavolo rossonero) e la parabola cadente dello “sciagurato” (copyright Gianni Brera) centravanti Egidio Calloni da Busto Arsizio che smise di segnare e cominciò a sbagliare, persino a porta vuota. Una domenica Beppe Viola non resistette e infierì durante la telecronaca: “Occasione per il Milan. Calloni la sventa”. Era un Milan ancora molto italiano, sovente italiota.

Calloni era il contrario di Van Basten. I milanisti lo ricordano con affetto. Con simpatia, invece, Luther Blissett, che le curve avevano soprannominato miss it (sbaglialo). Ci sono stati centravanti grandiosi, e c’è stato Gianni Rivera, illuminato dal dio della palla. Però, nessuno ha segnato un ultimo gran gol come B.: che ha impiegato due anni per realizzarlo. Ma ha incassato ben 740 milioni di euro dal misterioso Li Yonghong. Ed è qui che nascono le inquietudini e le perplessità dei tifosi di lungo corso. Chi è Mr. Li? Chi manovra i capitali della sua cordata? Tommaso Besozzi scrisse l’articolo più famoso del giornalismo investigativo italiano a proposito della fine di Salvatore Giuliano: “Di sicuro sappiamo che è morto”. Ecco: di sicuro sappiamo che il Cav. non ci ha rimesso. Buon per lui. Peccato che abbia chiosato: “Lascio con dolore”. Insomma, chiagne ‘e fotte. Poteva restare ed evitare tanta sofferenza. Provare a fare come gli Agnelli, riportando il Milan a essere redditizio, e tornare in cima al cielo del football. Questo è uno dei tanti web-commenti. È vero che il Milan ha vinto tanto, con B., grazie ai soldi profusi: in cambio di una vetrina per lui essenziale. Poi, col declino politico, il declino milanista. Il calcio è come la vita, un viaggio verso l’ignoto, talvolta verso l’ignobile: in questo caso, il tempo ce lo dirà. I presidenti passano, diciamo per consolarci, il Milan resta. Già, ma quale Milan? E, soprattutto, con quale dirigenza?

O forse è il caso di dire: quale Milano? Ormai è una città all’asta, come dimostrano gli asset di Milan e Inter che hanno reso immortale San Siro (lo stadio, il santo lo è già). Molti milanisti non accettano l’idea che una bandiera profondamente meneghina sia sventolata dai cinesi, ai quali preme il business. Non si tratta di xenofobia ma di delusione. C’è chi ricorda B. che si vantava: “Il Milan sono io”. La folla lo acclamava. Ora il Milan è Li. Un’altra volta, fu più astuto. Ci propinò la favola del sentimento strameneghino: “Noi non siamo una squadra d’élite come l’Inter, il Milan rappresenta l’anima popolare della città”. Gianni de Felice, ex vicedirettore della Gazzetta dello Sport, è assai disincantato: “Sono i segnali di fuga degli imprenditori. Pirelli ha venduto ai cinesi. Agnelli ha trasferito la Fiat in America…”. Però a Torino si sono ben guardati dal vendere la Juve. Anzi: ci stanno guadagnando. Difficile restare rossoneri comunque…

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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