La Repubblica Quarant'anni fa uscì il primo numero di Repubblica

Storie Milano

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La memoria è come una partita a scacchi: ogni mossa, è un momento della tua vita che rimetti in gioco, che analizzi e ridiscuti. Quarant'anni fa uscì il primo numero di Repubblica: io c'ero (a dire il vero, assunto a tempo pieno fin dal primo dicembre del 1975, cedolino 00016: a portarmi dal Giorno fu Gianni Locatelli, bravissimo caporedattore di Milano). E ho anche firmato il primo articolo, quel giorno: lo rammento con orgoglio e tristezza per il tempo che è passato da allora, il maledetto tempo che ci consuma e ci usura. Non credo che dei firmatari di quel 14 gennaio 1976 ce ne siano in giro ancora tanti, oltre al direttore Eugenio Scalfari. Dunque, lasciatemi gustare questo piccolo privilegio. La mia avventura a Repubblica durò sino al 31 maggio del 2010, quando insieme ad una novantina di altri colleghi, fui costretto ad accettare il prepensionamento per ragioni anagrafiche. Non fu una bella cosa, in ogni senso.

Ricordo che Scalfari, alla vigilia della prima uscita, a noi giovani disse: "Affronterete grossi sacrifici all'inizio, siamo ancora in pochi e dovremo lavorare a testa bassa perché la concorrenza è feroce. Ma sono sicuro che questa navicella corsara cambierà il modo di fare giornalismo, un giornalismo più moderno e più vicino agli standard europei, dovrete essere impavidi in nome della libertà di pensiero e di espressione: un giorno diventerà un incrociatore. Allora ne sarete fieri, come la direzione lo sarà di voi. Coraggio, adesso si comincia!". Aveva, Scalfari, l'eloquenza e l'affabulazione necessari per motivare e per gratificare ciascuno dei suoi redattori. Apprezzava l'intraprendenza e la duttilità professionale, e sapeva individuare il talento dei suoi "poulains", come ironicamente ma credo anche affettuosamente diceva. Ho sempre immaginato che Scalfari ci "prestasse" la sua intelligenza.

Un paio di giorni prima ero andato a Portofino - dove stava in vacanza, in una villa in affitto sulle alture che dominavano il Tigullio - per intervistare Giorgio Strehler sulla poesia di Montale, giacché era previsto un recital al Piccolo Teatro a fine mese. Conservo la lunga registrazione dell'istrionico grande regista che a un certo punto si mise a recitare Ossi di seppia. Poi, le esigenze del giornale mi costrinsero a prendere direzioni diverse dalla mia passione per il teatro - ereditata da mio padre che ci aveva lavorato e dal fatto che avevo partecipato alla fondazione del "Piccolo dei giovani" con Francesco Carnellutti (che ci ha lasciato poche settimane fa), Maurizio Porro, Alberto Negrin, Carlo Fontana. L'iniziativa, abbastanza velleitaria, rimase un bel tentativo. Carnelutti divenne un grande doppiatore e fu un buon attore; Negrin è regista tv e di cinema; Fontana addirittura un abile sovrintendente di teatri lirici, prima a Bologna e dopo alla Scala di Milano, mentre Porro fece e continua a fare il critico cinematografico al Corriere della Sera.

Erano anni assai difficili quelli ci aspettavano. La Guerra Fredda. Il terrorismo. Gli scandali. Il declino della prima repubblica. L'assassinio di Moro da parte delle Br. Pertini. La P2 e lo scandalo Rizzoli. L'ascesa di Craxi. Il made in Italy...l'Italia era un calderone bollente, il potere corrotto dominava le cronache, allora come e più di adesso. Nei primi anni di Repubblica successe di tutto e il modo originale nel quale affrontammo le dinamiche politiche, sociali ed economiche del nostro Paese - sia nell'approccio dei contenuti sia nel modo stesso di scrivere e descrivere - contribuì al successo del giornale. Fu una lunga stagione giornalisticamente entusiasmante ed irripetibile, anche e soprattutto nelle relazioni interne redazionali, dove la presenza femminile era piuttosto forte, a differenza di altre testate, tradizionalmente maschiliste. Il nucleo originario si era ormai plasmato attorno alla personalità prepotente e geniale di Scalfari e al drappello di grandissimi giornalisti che era riuscito a coinvolgere, a Roma come a Milano: un Re illuminato che sapeva ascoltare e poi decidere, anche a prezzo di estenuanti discussioni. Il dissenso era pane quotidiano, i mugugni pure. Però, alla fine, il risultato era quello che voleva lui, perché, diceva Eugenio, è nella natura umana il desiderio di dare personalità - cioè un volto - alle nostre storie, che poi erano le storie degli altri da noi raccolte o scovate. Era questa la forza intrinseca della Repubblica di quegli anni: si poteva non essere d'accordo senza temere ritorsioni. Si litigava - i confronti caratteriali sono il sale della cultura, della politica, del giornalismo - ma poi si tornava a lavorare con impegno ancor più determinato. Le rivalità, che si formarono perché è nella natura dell'uomo, inducevano a migliorarsi, e Scalfari in questo fu astuto nel sollecitarle e nel gestirle. Ci esaltava, comunque, il fatto che Repubblica fosse al centro di un progetto che puntava a valorizzare i grandi temi della società civile non solo italiana, ma internazionale, grazie ad una copertura capillare di corrispondenze dall'estero. Ci inorgogliva il fatto che fossimo i più tenaci nel rivelare informazioni che il Palazzo voleva celare, mentre noi le rendevamo pubbliche e ne approfondivamo la conoscenza. Era il metodo Espresso reso quotidiano.

Insomma, fu per me stagione epica di Grande Bellezza, giornalisticamente parlando.