L’ambigua guerra per l’oro nero

Postfazione del saggio di Aldo Ferrara "Virgin Oil", ovvero "le insostenibili condotte dell'Eurasia" (Cavinato Editore International, 2016)

L’ambigua guerra per l’oro nero

Il Medio Oriente non è solo conflitto tra arabi e palestinesi, né il rebus Iraq, e il corollario drammatico dei massacri in Siria, del terrorismo e del Califfato. E'ormai diventato anche il terreno di uno scontro ancor più cruciale, e opaco nella sua configurazione, perché si gioca sulle mutevoli strategie di trasferimento di oli e gas verso l'Occidente e sulle speculazioni di un mercato sulfureo governato da complicati rapporti tra le superpotenze Usa e Russia e le potenze regionali Iran e Turchia che di fatto hanno emraginato gli sceicchi del Golfo e l'Arabia Saudita, contribuendo a rendere sempre più instabile il precario equilibrio geopolitico di quest'area del nostro pianeta.

Quando mi installai a Mosca come corrispondente del quotidiano La Repubblica, l’euforia energetica - prezzi alle stelle di gas e petrolio, moneta forte e restituzione dei debiti - stava dopando le risorse di bilancio del Paese e gonfiava le riserve di valuta come in nessun altro Paese. I tassi di crescita dei pil erano davvero insolenti, il posto al tavolo del G8 sanciva questa felice congiuntura, Putin addirittura parlava di rublo quale moneta di riserva internazionale. Era il 2006, la società Gazprom era diventata l’arma più potente delle ambizioni geopolitiche russe, soprattutto nell’area del Vecchio Continente. Perché a Mosca si apriva e chiudeva il prezioso rubinetto dell’energia di cui l’Europa è assetata, pedina fondamentale di quella che veniva chiamata Kremlin S.p.A.: un nuovo tipo di corporate state, ossia un apparato politico-amministrativo strettamente connesso alle grandi imprese, di fatto riammesse nell’orbita del parastato. Libero mercato e dirigismo economico nell’ottica della dottrina putiniana, ossia la cosiddetta “verticale di potere”. Per capirci, il Cremlino funzionava come cuore e snodo cruciale del capitalismo reale russo nato sulle ceneri del socialismo reale sovietico, diventando di fatto la cabina di regia dei settori chiavi dell’energia, dell’industria, del commercio e della finanza russi. Poco per volta, venivano risucchiate nell’orbita del Cremlino le aziende e le banche col pretesto che erano o stavano per diventare di “interesse strategico”. La Gazprom era in prima filaIn questo quadro di burbanzoso potere, Putin agitava come sciabole le “pipelines”, abbinandole alla velleitaria strategia della Grande Potenza eurasiatica, alternativa a quella americana.

Ma la gallina dalle uova d’oro ha smesso di covare. Basare tutto sulla vendita delle materie prime, senza aver provveduto parallelamente a riforme strutturali, modernizzazione e diversificazione produttiva, è stato improvvido. Il crollo dei prezzi delle materie prime ha sballato piani di sviluppo e tranciato le rendite energetiche che di fatto vincolavano lo sviluppo economico della Russia. Corruzione e interessi costituiti sono diventati ancor più deleteri. Dulcis in fundo, le sanzioni contro Mosca per la questione della Crimea e del Donbass ucraino hanno aggravato la situazione. L’economia russa si è ripiegata su se stessa, come hanno sottolineato parecchi analisti (vedi Limes di gennaio 2016, “il mondo di Putin”). La recessione rischia di innescare pericolose derive politico-militari.

Nel 2016 è infatti successo di tutto e ancor di più, a cominciare dall’esito inaspettato delle elezioni Usa che hanno generato il tormentato insediamento - il 20 gennaio 2017 - del nuovo presidente americano Donald Trump, un conservatore populista, dalle esternazioni politicamente scorrette (antifemministe, al limite del razzismo), atipico e fuori dagli schemi di partito, dunque poco prevedibile, trascinato alla Casa Bianca “sulle ali di un forte risentimento popolare nei confronti della classe dirigente”, ha scritto il politologo Vittorio Emanuele Parsi, “il mliardario dai gusti pacchiani e dai modi volgari, grazie alle sue esternazioni apertamente populiste, politicamente scorrette, antifemministe e al limite del razzismo ha saputo interpretare le frustrazioni e la voglia di rivincita del ceto medio impoverito e della working class bianca”.

Uno, peraltro, che intende rovesciare le relazioni - pessime sotto Obama - con Mosca, disorientando le diplomazie occidentali: “Soltanto gli stupidi o gli sciocchi possono pensare che avere buone relazioni con la Russia sia una brutta cosa (...) Esistono abbastanza problemi al mondo senza crearne un altro”, ha detto Trump il 7 gennaio del 2017, al culmine di una vorticosa spirale di polemiche generate dalla presunta guerra cibernetica scatenata contro i democratici per favorire la vittoria del miliardario, ben visto da Putin (sulla campagna elettorale di Hillary Clinton hanno pesato negativamente le e-mail che la mettevano in cattiva luce, sottratte dai computer del partito democratico e diffuse da Wikileaks, grazie ad hackers russi). Secondo un rapporto delle agenzie di intelligence statunitensi, dietro gli attacchi hacker ci sarebbe stata la regia del presidente russo Vladimir Putin. Ipotesi sostenuta particolarmente dalla Cia e dell’Fbi, con “moderazione” dalla Nsa. Fatto sta che la lunga transizione per i passaggi dei poteri presidenziali tra Trump e il predecessore Barack Obama si è trasformata in un furibondo e sulfureo scontro a tutto campo, costellato di polemiche e sospetti inquietanti. Che il Cremlino abbia interesse a scompaginare gli attuali assetti geopolitici non è soltanto un’ipotesi, è una realtà. Non solo negli Stati Uniti, ma in Europa: lo dimostrano per esempio i finanziamenti concessi da una banca russa al Front National francese di Marina Le Pen o l’hackeraggio del Parlamento tedesco.

In realtà, è in corso, e non si sa quanto potrà durare, una partita complessa e sofisticata tra Russia e Stati Uniti, giocata su più livelli, o meglio, come si dice nel gergo delle cancellerie, su tavoli separati e paralleli: Trump vuole impostare il rapporto con Mosca in compartimenti distinti, in nome del realismo politico. E vuole innanzitutto accelerare il disimpegno Usa dal Medio Oriente, considerato da lui una trappola per topi. Mentre Putin insegue disegni egemonici che prevedono un’Europa debole e divisa, un’offensiva costante contro la democrazia e i suoi strumenti e la non ostilità di Washington, in una sorta di aggiornamento degli accordi di Yalta 2.0. Ma soprattutto, vorrebbe la fine delle sanzioni. E qui potrebbe trovare sponde trasversali, sia tra i Paesi dell’Ue, sia nella nuova Casa Bianca. Perché le sanzioni costano moltissimo a chi le ha applicate. E poi, ormai, Putin, nell’immaginario collettivo, rappresenta l’uomo forte della politica internazionale, anche perché al potere dal 1999. Per l’estrema destra e i populisti, è l’alleato “eccellente” per combattere l’Isis e il terrorismo islamico, che è il nemico comune. Una scorciatoia ideologica pericolosa, fuorviante, ma anche seducente.

In quest’ottica, dobbiamo riconsiderare tutto ciò che è avvenuto nel 2016, anno di rottura e di profondi rivolgimenti geopolitici. Come la capriola del “Sultano” Erdogan che per assecondare le ambizioni turche di “potenza regionale” e per accentuare il ruolo di Ankara nel conflitto siriano ha accettato l’ingombrante alleanza con Putin e quella con Teheran, voltando le spalle agli americani, nonostante la Nato e ricattando Bruxelles con l’arma dei profughi pronti ad invadere l’Unione. Che intanto subiva il disastroso trauma di Brexit: l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e l’inevitabile contraccolpo politico (ed economico) sugli altri Paesi membri, con scenari di difficile ed oscura decifrazione e la Grande Paura del Contagio. Mai come nel 2016 l’Unione è parsa come una veliero in balìa delle onde possenti, ostaggio di una furibonda tempesta scatenata dai forti venti “sovranisti” (scusate il neologismo) ed identitari, lo scafo sballottato dalle bufere populiste e dalle spossanti correnti delle crisi. Fuor di metafora, l’Europa annaspa, strattonata da chi predica austerità imponendola e chi invece vorrebbe più autonomia. Le diseguaglianze sociali sono dirompenti, le diffidenze tra Stati dominano le scelte strategiche, sempre più si accentua la distanza tra la burocrazia Ue e i cittadini che se ne sentono vittime. Per non parlare delle problematiche legate ai migranti e al terrorismo, elementi di profonda destabilizzazione. E questo, in chiave eurocentrica. L’Europa ha tendenze suicide, altrove si agisce esattamente all’opposto. In Asia, Cina e Giappone aumentano le spese militari, né fa meno l’India che si propone come terzo incomodo. Si paventano brutti scenari: guerra commerciale Cina-Usa, nuove tensioni tra Iran e Washington, il ritorno dei protezionismi e l’incognita dei populismi. L’Europa, vaso di coccio tra vasi di ferro. Incombono le elezioni in Francia, Olanda, Germania, l’Italia è lì lì. Dire che le cose vanno male è il trucco per raccattare consensi. Davvero vanno tanto male le cose?

Strano, perché gli economisti non sono così pessimisti. Per loro, il 2016 è stato l’anno del “risveglio” dopo un lungo periodo di contrazione e stagnazione. C’è, nelle loro analisi, la percezione di una ripresa economica globale che coincide con l’esaurita fase dei tassi di interesse in calo e delle inflazioni ai minimi storici (in Italia, addirittura, si è parlato di deflazione). Le prospettive sono positive per i mercati delle materie prime, “si sta entrando in un momento ciclicamente più forte” asseriscono gli gnomi della Goldman&Sachs, le loro previsioni sono condensate dall’aggettivo “bullish”. In questo speranzoso quadro, un posto in prima fila ce l’ha il petrolio. Grazie all’accordo che i Paesi dell’Opep (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) sono riusciti a chiudere alla fine di novembre del 2016 per ridurre la produzione - la prima volta dal 2001 - e stabilizzare così al rialzo i prezzi del greggio a quota 60 dollari al barile. Dovrebbe contribuire non poco l’incremento della domanda - almeno un milione di barili al giorno in più - per via delle accresciute richieste da parte di Cina e India.

Sarà possibile? Davvero verranno rispettati i patti? Qualche dubbio resta. Li incoraggia l’incognita americana, con una miriade di piccoli produttori che continuano ad estrarre greggio con la tecnica del fracking e mal disposti a rispettare le direttive del governo. Si sentono “protetti” dal nuovo presidente. Sanno che favorirà l’industria petrolifera e che ha addirittura ha evocato persino il ritorno del carbone. Così, gli analisti di Barclay’s preferiscono mantenere i piedi per terra: “Le nuove politiche di populismo e protezionismo commerciale hanno il potenziale di alterare le assunzioni correnti sull’offerta e la domanda globali per varie commodities”. Tradotto: aspettiamoci comunque un anno di grandi sorprese per i mercati delle materie prime, poiché sono i più soggetti alle oscillazioni e ai rischi geopolitici. Nel mirino, la possibile implosione del Venezuela, le problematiche legate alle rotte commerciali, un dollaro troppo forte, una frenata dell’economia cinese, insomma, tante variabili che si dovrà operare a vista. Tuttavia, per quel che riguarda il mercato petrolifero, è indubbio che alla fine del 2016 il mondo dell’oro nero abbia cominciato ad intravedere la luce di fine tunnel. Il mercato si sta riequilibrando, dopo tre anni di ripiegamento e un inizio 2016 catastrofico. Il peggio sarebbe passato, ad ascoltare i burattinai del petrolio, il 27 dicembre il barile di brent del Mare del Nord ha raggiunto 56,09 dollari, quando a metà gennaio era sceso a meno di 28 (mai così dal 2003). La sovrapproduzione era diventata incontrollata a causa della politica “valvole aperte” della Russia e delle petromonarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa.

Il brusco, drammatico calo delle quotazioni ha provocato il panico tra i Paesi produttori, compreso quelli più ricchi e apparentemente più solidi, costretti a rivedere duramente i loro bilanci statali. C’é voluta una cura da cavallo: impegnarsi a ridurre la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno (su un totale di 96 milioni) per i primi sei mesi del 2017. Più esattamente, 1,2milioni da parte dei paesi Opep e 558mila barili da parte di quelli che non vi aderiscono. E questo, malgrado le tensioni tra i Sauditi (sunniti) e gli Iraniani (sciiti) per il controllo della regione mediorientale. Nel frattempo diventa prioritario smaltite le imponenti scorte accumulate, 3,1 miliardi di barili (il 20 per cento in conto agli Usa). Epperò, la prudenza è la password degli operatori. Che farà Trump? Darà seguito alle promesse elettorali? Il presidente americano ha clamorosamente indicato come Segretario di Stato Rex Tillerson, amministratore delegato della Exxon (269 miliardi di dollari il giro d’affari del 2015) e in ottimi rapporti con il governo russo e con lo stesso Putin. Per Trump, l’amico Tillerson è “l’incarnazione del sogno americano”, uomo tenace e di grande esperienza. Capace di mantenere una “posizione decisa”, ha scritto il Washington Post, “mostrata dall’amministratore delegato nei negoziati d’affari svolti in Russia e in altri paesi come l’Arabia saudita, lo Yemen e il Qatar. ‘Una delle cose che so del governo russo è che loro mi conoscono bene. Sanno che quando dico no è no e che non riuscirebbero a farmi cambiare idea’, ha dichiarato Tillerson in un discorso tenuto alla scuola d’affari della Texas tech university. ‘Nel corso degli anni ci siamo guadagnati la stima reciproca. E quindi quando uno dei due dice sì, sappiamo che le cose andranno avanti. Questo è importante’”.

Tillerson, per capirci, non è che abbia vissuto bene le sanzioni comminate da Obama contro la Russia, giacché hanno fortemente penalizzato aziende come la Exxon. La compagnia gestisce delle piattaforme sull’isola di Sachalin, prima delle sanzioni aveva avviato un programma di estrazioni nel mare di Kara, nell’oceano Glaciale Artico. Per di più la Exxon aveva trovato un accordo con le autorità russe per esplorare aree della Siberia occidentale e acque del Mar Nero che potrebbero essere ricche di petrolio e di scisto. Cadessero le sanzioni, sarebbero le prime ad essere trivellate, confessò Tillerson ad alcuni analisti del settore. Immaginatevi lo sguardo dollaresco, alla Paperon de’ Paperoni, dei convitati...

Mica è solo Tillerson, nella squadra trumpiana. Gli fanno corona parecchi partigiani della deregulation, nominati nei posti chiave del settore energetico. Peggio: alcuni (non Tillerson) sono ostili alla politica ambientale portata avanti da Obama. Lo è Scott Pruitt, procuratore generale dell’Oklahoma, proposto alla guida dell’Epa, l’agenzia per la protezione ambientale, fervente oppositore dei provvedimenti approvati negli ultimi anni dal governo federale per combattere il cambiamento climatico (tra l’altro, ha fatto ricorso per cancellare i limiti alle emissioni di anidride carbonica delle centrali energetiche voluti da Obama, che Trump ha promesso di togliere).

Il vero giudice di pace sarà giocoforza il prezzo del barile: ancora “volatile”, come indica Patrick Pouyanné, presidente della Total? O dovremmo accontentarci di un “lento cammino di ripristino” verso la normalizzazione, come suggerisce l’analista John England? Torneranno i capitali a finanziare prospezioni e ricerche? Dipende sempre dai prezzi. Più alti sono, più accorrono i soldi: è la vecchia immarcescibile legge del petrolio. I petrolieri lo sanno bene, per questo dicono: vediamo la luce in fondo al tunnel, ma non ne siamo ancora usciti.

P.S. Il 12 dicembre Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, ha ammesso che Tillerson e Putin sono in buoni rapporti e che ha un’attitudine “benevola” verso Mosca, ma ha anche precisato che “essere segretario di Stato e gestire un’azienda sono cose diverse. Ogni simpatia diventa secondaria. L’unica cosa che conta è la disponibilità nel dimostrare un atteggiamento costruttivo ed essere preparati. Speriamo che sia così”. Putin è pragmatico, è cresciuto alla cinica scuola del Kgb, non crede alle parole, o alle intenzioni, bensì ai fatti. Aspetta, ha tempo: nessuno lo incalza o ne minaccia la leadership in Russia. Quanto a Trump, la “sua” America cerca la tregua con Mosca, per convenienza, mentre spinge per incrementare la produzione di “shale” (il che succederebbe nel secondo semestre del 2017): ciò farà comunque da freno alle potenziali spinte al rialzo dei prezzi petroliferi. Se ne desume l’importanza strategica della pedina “shale” nella scacchiera energetica globale da alcuni episodi significativi: come le prime consegne americane in Italia nel dicembre del 2016 ed in Giappone all’inizio del gennaio 2017. Un boccone amaro, per la globalizzazione sovrana (efficace ossimoro coniato dall’analista britannico Nigel Gould-Davies) voluta da Putin: poiché la contrazione della rendita energetica accentua la già profonda crisi finanziaria che sta indebolendo sempre più la Russia, complicando i progetti “imperiali” di zar Vladimir. La geopolitica del gas è come una pistola puntata alla tempia dell’Unione Europea, ma non più minacciosa come un paio di anni fa. Le resistenze dei Paesi dell’Est (spalleggiati dagli Stati Uniti), il cambiamento climatico (fa più caldo, ci si riscalda di meno), la scoperta di nuovi immensi giacimenti di “shale” in America, la lista delle 29 compagnie straniere (c’è anche l’Eni) autorizzate a presentare offerte per progetti nel settore oil&gas in Iran, quarto Paese al mondo per riserve di greggio e secondo per riserve di gas naturale (temibile concorrente della Russia), costringe Mosca a rivedere i piani, a praticare sconti, a seminare zizzania politica (appoggiando i movimenti antiUe e antiEuro, i partiti nazionalisti e populisti, fomentando le divisioni interne all’Europa, manipolando il web e i social network, alterando i processi elettorali altrui). Divide ut impera. Con il convincente dispiego dell’apparato militar-industriale, tanto per ricordare che la Russia è una potenza, e non un semplice partner commerciale. Georgia, Ucraina, Crimea. La Siria. Con noi, basta chiudere il rubinetto del gas e del petrolio per mandarci a gambe all’aria. Non lo farà mai, perché quel rubinetto trasforma l’oro nero in oro giallo. Ma ce lo fa credere. Con insostenibile pesantezza.



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