I racconti di Kolyma

I racconti di Kolyma

Nell'estate del 2009, al Centro ‪#‎Sacharov‬ di Mosca, tra i documenti e il materiale esposto in occasione di una mostra sul ‪#‎samizdat‬ e sulla cultura perseguitata dal regime sovietico, si poteva distinguere una piccola stropicciata copia di un racconto di ‪#‎Salamov‬. Doveva essere circolata a metà degli anni Sessanta: dava l'impressione di essere stata sfogliata così tante volte, nel tempo della cultura clandestina, da far pensare che la causa di quella consunzione non fosse stata l'usura del tempo bensì un passaparola infaticabile, un tam-tam contro l'oblio, provocato dalla necessità di far conoscere, di non dimenticare, di denunciare "quello che nessun uomo dovrebbe vedere né sapere".

Succede che un libro bellissimo e terribile come i Racconti di Kolyma sia divenuto in Italia un bestseller, perché Roberto ‪#‎Saviano‬ (l'autore di Gomorra), durante la trasmissione televisiva Che tempo che fa dell'Il novembre 2009, ha confessato all'intervistatore Fabio Fazio: "Sicuramente non sarei l'uomo che sono se non li avessi letti. Lo considero uno dei tre libri fondamentali che hanno letteralmente cambiato il mio modo di guardare le cose. So con sicurezza che da queste pagine è passata gran parte della mia co-scienza e della mia formazione". Nel giro di poche settimane l'epopea kolymiana di Varlam Salamov è entrata nelle classifiche dei libri più venduti, grazie a quest'appassionata dichiarazione d'amore di Saviano per un'opera complessa, difficile, traumatica.

I racconti di Kolyma, infatti, come ha scritto Irina Sirotinskaja, erede del patrimonio culturale dello scrittore (cui è stata vicina negli ultimi sedici anni della sua vita), rappresentano «la più importante testimonianza sulla tragedia del XX secolo, e un fenomeno unico nella letteratura russa». Un capolavoro letterario e umano nel quale Salamov descrive — con minuziosa precisione ma anche con straordinario distacco — i rapporti delle gerarchie all'interno, e all'inferno, dei campi. Se Archipelag Gulag di Aleksandr Solzenicyn e' stato il primo tentativo di storia generale della repressione di massa in Urss dal 1917 agli anni Sessanta, scritto da un sovietico che aveva vissuto (ed era sopravvissuto) al Grande Terrore, all'opera di Salamov fin da subito si è riconosciuta al straordinaria capacità di raccontare con limpidezza e cuore la "vera vita" del Gulag, di penetrarne sino all'estremo limite i recessi più profondi e sconvolgenti, di ricordare - parola chiave del lessico di Salamov - i meccanismi perversi del "mondo cavernoso dei detenuti", la psicologia che governa i comportamenti di ciò che resta dell'uomo sottoposto alla prova di una Natura infame e spaventosa, dove, come cantano i prigionieri dei lavori forzati,"Kolyma, Kolyma, assurdo mondo, l'inverno prende nove mesi solo il resto è all'estate..." (come si legge nel racconto Il procuratore verde).

La verità su Kolyma è la verità sull'uomo, sui regimi, sula sopraffazione, sulla violenza esasperata dalle condizioni ambientali mostruose: quelle di fuori, e quelle di dentro. È un universo di infinito dolore quello che, racconto dopo racconto, si delinea nelle pagine dell'autore, come in un immenso puzzle, quando tessera dopo tessera si riesce a ricostruire il quadro intero. In una lettera indirizzata a Irina Sirotinskaja nel 1971, Salamov è pienamente consapevole di avere svelato il più disumano dei segreti: "Con quale facilità l'uomo si dimentica di essere uomo", le scrive, quando tutto attorno è così "inumano" da annichilire ogni speranza, da annientare ogni resistenza, da polverizzare ogni sentimento. "Qui la Kolyma! La legge è la taiga e il giudice l'orso! Mai aspettare di mangiare la zuppa e il pane insieme. Quello che arriva per primo, si mangia per primo. Ciò che è perso dalle mani è perso sempre". Con queste desolanti quanto ciniche parole il generale Deverenko, responsabile del Dal'stroj dal 1946 al 1953, accoglieva i detenuti al molo di Magadan. Benvenuti all'ultimo cerchio del grande inferno di gelo. Nel regno del nulla, della sofferenza e della morte.

Lo studioso americano Robert Conquest, specialista degli anni del Terrore staliniano, autore del saggio Kolyma. The Arctic Death Camps (pubblicato da Viking Press nel 1978), ha calcolato che nella regione di Kolyma, tutti ghiacci, paludi e monti aridi a nord della Siberia orientale, in un territorio vasto quasi quanto la Francia sono stati creati 125 lager correzionali di lavoro, e un numero imprecisato di altri campi che da essi dipendevano (ma di qui non vi è più traccia) e che circa tre milioni di detenuti vi trovarono la morte: venivano impiegati come schiavi nelle miniere d'oro e in quelle d'uranio, costretti a scavare con le mani; dovevano disboscare taiga, costruire strade, ferrovie, caserme; raccogliere legname. Il lavoro era sospeso solo se le temperature scendevano sotto -50 C. La vita di un uomo nel Gulag non valeva assolutamente niente. E men che niente a Kolyma: Solznicyn, nella sua ricostruzione dei campi staliniani, lo definiva "l'ultimo cerchio del sistema".

E tuttavia, c'è chi non si arrese a questa dittatura della rassegnazione e dell'estenuazione. Chi si ribellò alla condizione di dochodjaga, il detenuto stremato dalla fame e dal freddo. Chi trovò energie fisiche e sopratutto morali per non soccombere. Salamov, dopo aver attraversato tutti i cerchi dell'infernale Kolyma, scova nella sua grande forza d'animo il respiro vitale per ricominciale a essere una persona, non un moribondo. E altri, come lui, riescono a scampare, a resuscitare, a rivivere quante più vite possono, se possono. I persecutori e gli aguzzini, i detenuti malavitosi loro alleati, le autorità corrotte, i miserabili capi, i delatori sono «figurine» della crudeltà, si stagliano nella tappezzeria che compone la materia dei racconti, sovente la macchiano di sangue, di indicibili cattiverie; talvolta, invece, si comportano come persone normali, nel senso che diamo noi, oggi, alla normalità. L'autenticità della narrazione è legata ai mille dettagli vissuti, ai volti indimenticabili di un popolo invisibile, schiacciato, cancellato; alla Natura, ostile e però uno dei temi centrali dell'esperienza spirituale di Salamov (con la poesia e l'amore); ai nomi dei compagni di sventura, alle biografie tratteggiate con esemplare chiarezza, ai riferimenti giudiziari, agli articoli del codice — in primis il 58.10, "l'articolo universale che si abbatteva su tutti, senza distinzione di sesso o di età" (vedi lo splendido racconto Riva-Rocci) che puniva i «crimini controrivoluzionari» — che accompagnano í detenuti per tutta la loro esistenza e anche dopo (si pensi al fatto che soltanto nel 2000 Varlam Sralarnov è stato riabilitato definitivamente, a diciotto anni dalla scomparsa).

Allo scrittore preme spiegare come il lagher sia, in fondo, lo specchio del mondo, fatto a sua somiglianza: "Il Gulag è l'immagine del mondo. In esso, nella sua struttura sociale e spirituale, non c'è nulla che non ci sia anche fuori. Le idee nel Gulag ricalcano semplicemente quelle dette dai superiori all'esterno. Non un movimento o campagna sociale nel mondo libero, non la minima svolta restano senza immediata risonanza nel Gulag. Il Gulag rispecchia non soltanto la lotta tra lobby politiche che si susseguono al potere, ma anche la cultura dei politici, le loro segrete aspirazioni, i gusti, le abitudini, i desideri rimossi". La citazione è opportunamente ricordata da Francesco Bigazzi nella sua prefazione al libro postumo di Varlarn Salamvv, Alcune mie vite. Però, nel descrivere e tramandare la memoria dell'Arcipelago, Salamov non sviluppa analisi e considerazioni politiche, ma rielabora l'atroce ricchezza delle cose viste, intese e vissute, per indagare il processo disumanizzazione del mondo concentrazionario, persino quando parla di animali domestici, come nello struggente La gatta senza nome, quasi una fiaba.

Salarnov ne è il testimone diretto, come osserva il regista Andrej Tarkovskij nei suoi Diari. Martirologio: "Ci racconta della sofferenza con una verità e un'integrità tali, le sue uniche armi sono queste, che ci costringe a soffrire con chi è stato all'Inferno e inchinarci a lui. Dante era temuto e rispettato perché era stato all'inferno! Ma era un inferno immaginario il suo, mentre Salamov ha conosciuto l'inferno vero. Ed è un risultato ben più terribile". Come si vede sono poco efficaci gli aggettivi per descrivere ciò che fu possibile al tempo di Stalin. E di Hitler. Un'analogia è agghiacciante. All'ingresso di Auschwitz, campeggiava in cima al cancello di ferro battuto la scritta «Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi. Nei Gulag sovietici c'era lo slogan coniato personalmente da Stalin (lo troviamo, per esempio, nel racconto A razione secca): «Il lavoro è una questione d'onore, gloria, coraggio, eroismo".



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