Vittime del Talidomide, sessant’anni per esistere Il medicinale tedesco venne somministrato alle donne incinte tra gli Anni 50 e 60 e provocò la nascita di centinaia di bambini con malformazioni. Solo oggi una legge per il risarcimento anche in Italia

Cronaca

Mercoledì 6 dicembre entrerà in vigore - finalmente, dopo decenni di estenuanti lentezze burocratiche e di vergognosi calvari - il definitivo regolamento attuativo della legge che riconosce il diritto al risarcimento per le vittime del Talidomide, il primo grande mostro di Big Pharma. Era un farmaco super pubblicizzato, prometteva miracoli, provocò disastri irreparabili. Un flagello. Lo distribuì in 46 Paesi l’industria tedesca Chemie Gruenenthal (oggi Gruenenthal) a partire dal 1957 in quantità enormi: durante i primi cinque anni l’ineffabile azienda farmaceutica di Aquisgrana ne sfornò 15 tonnellate. Era descritto come un blando tranquillante. Avrebbe dovuto alleviare le nausee mattutine delle donne incinte, vantava altre peculiarità che lo resero una medicina ricercata: prima dai consumatori. Poi dalla polizia. Poteva essere somministrato persino come rimedio anti-influenzale.

Fu negli Stati Uniti che il Talidomide venne messo fuori legge per la prima volta, nonostante le intimidazioni legali della multinazionale tedesca. Una farmacologa della Fda (Food and Drug Administration) scoprì il legame tra l’uso del Talidomide e l’incremento esponenziale dei casi di neonati malformati. Si chiamava Frances Oldham Kelsey, ottenne nel 1962 un prestigioso riconoscimento dal presidente Kennedy. Se assunto nei primi tre mesi di gravidanza, il Talidomide poteva compromettere la formazione degli arti del feto, così come generare escrescenze rachitiche - quasi delle pinne - su spalle o fianchi, per non parlare di gravi deformità facciali e grossi problemi al cuore, ai remi, ai denti, all’intestino, alla vista. In tutto il mondo le vittime furono più di ventimila. Ufficialmente, però, le autorità riconobbero poco più di seimila casi.

“Venne ritirato in Germania nel 1961, solo dopo furiose pressioni e dati inconfutabili”, sintetizza Giovanni Del Mastro, presidente dell’associazione V.I.T.A, ossia vittime italiane talidomide, “in Italia passò un altro anno prima che la Gazzetta Ufficiale lo proibisse. Nonostante il divieto, continuò a circolare. Non esisteva ancora il servizio sanitario nazionale, i medici della mutua non disponevano di solleciti supporti di controllo ed informazione. E le farmacie avevano le scorte da smaltire. Fu una negligenza colpevole. Ingiustizia e dolore che hanno sempre trovato nello Stato un interlocutore sordo. Ci sono voluti immensi sforzi e la mobilitazione di centinaia di famiglie per strappare una legge che riconoscesse i nostri diritti senza ricorrere ad interminabili processi civili”.

Ma anche il cammino normativo si rivelò lento e confuso: la legge 244 del 2007 istituiva un beneficio per le vittime (450), ma ci vollero altri due anni perché fosse approvato il primo regolamento attuativo (2009). Il problema era che fissava un perimetro limitato: considerava le vittime accertate di talidomide nate tra il 1959 e il 1965. Escludeva chi era nato prima e dopo quel periodo, circa 200 persone. Dieci anni dopo (20 agosto 2016) è entrata in vigore una nuova legge che cancellava la discriminazione: mancava però un nuovo regolamento. Che è infine arrivato. Con una butta sorpresa: “La politica ci aveva aperto la porta, la burocrazia ministeriale l’ha richiusa”, commenta Del Mastro. Perché nel nuovo regolamento, quello del 6 dicembre 2017, ritorna il perimetro, allargato al periodo 1958-1966. Più tutta una serie di paletti normativi, talvolta assurdi - la documentazione richiesta prevede pure quesiti alle madri su eventi di oltre 60 anni fa - che di fatto complicano le domande per i benefici, a cominciare dai giudizi medico-legali sul nesso causale tra la somministrazione del farmaco e le lesioni, con la commissione medico-ospedaliera interforze che valuterà non solo la categoria dei danni, ma la loro idoneità. Criteri di esclusione che le associazioni delle vittime ritengono un alibi per limitare gli esborsi. Una miseria, se pensiamo alle spese del jet di Renzi.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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