Auschwitz, quando il nazista si pente (a 94 anni)

Cronaca

È stato detto: “L’oblìo del genocidio fa parte del genocidio”. Mai dimenticare. Abbiamo tutti il dovere del ricordo: e ieri, la mostruosità dell’Olocausto è riaffiorata, più agghiacciante che mai, nelle tardive parole di pentimento di un aguzzino nazista di Auschwitz che oggi ha 94 anni, e che è stato accusato – sempre troppo tardi – di complicità nell’uccisione di almeno 170 mila persone. Quanto gli abitanti di Reggio Emilia.

È successo in un’aula del tribunale di Detmold, dove dall’11 febbraio scorso, un giovedì di strazianti memorie, è in corso il processo contro Reinhold Hanning, per aver partecipato alle fucilazioni di massa e alla selezione dei detenuti da liquidare tra il gennaio del 1943 e il giugno del 1944. Leon Schwarzbaum, sopravvissuto all’orrore di Auschwitz, pure lui 94enne, ha sempre assistito alle udienze: “I camini vomitavano fuoco e ceneri…l’odore di carne umana bruciata era così acre e forte che si faceva fatica a sopportarlo”, aveva ripetuto ai giornalisti. Al banco degli imputati, Hanning teneva chino il capo, e mai osava alzare lo sguardo verso il pubblico, perché sapeva che se l’avesse fatto avrebbe incrociato gli sguardi inflessibili di qualche sopravvissuto o dei familiari delle vittime che vedevano in lui la rappresentazione del male. Ha retto così due mesi. Poi, il colpo di scena. Giusto settantun anni e tre mesi dopo la liberazione di Auschwitz, Hanning trova il coraggio di parlare. Di confessare. Dice: “Mi vergogno per aver permesso questa ingiustizia senza oppormi. Lo sento veramente. Ho taciuto per molto tempo. Ho taciuto per tutta la vita. Sono davvero desolato. Sono profondamente pentito di aver fatto parte di un’organizzazione criminale, responsabile della morte di tanti innocenti, dell’annientamento di innumerevoli famiglie”.

Leo Schwarzbaum ascolta ma scuote la testa. Commenta: “No, non è sufficiente per me cavarsela così a buon mercato. Può darsi che oggi sia un uomo diverso, però non ci sono scuse possibili per l’uomo che è stato”. E anche Cornelius Nestler, l’avvocato di parte civile, dichiara che le ammissioni di Hanning sono “scarse e povere di contenuto”, anche se vanno comunque rispettate: “Che Hanning si assuma le sue responsabilità dopo un lungo silenzio, dimostra come questo tipo di processi sia importante”, aggiunge. Peccato che questo tipo di processi, in Germania, siano stati rari e per decenni ostacolati dalla burocrazia e dall’opinione pubblica – come raccontano i due film usciti in queste settimane sulla lotta solitaria del giudice Fritz Bauer, che aiutò il Mossad a catturare Eichmann, addirittura considerato un traditore della patria. I conti col passato, la Germania non è stata capace di farli come avrebbe dovuto e potuto.

Prima che Hanning parlasse, era stato il suo difensore Johannes Salmen a focalizzare l’attenzione di tutti leggendo un lungo documento (22 pagine) in cui l’ex guardiano di Auschwitz spiegava come in fondo non era stata colpa sua se era finito con le SS dell’infame reparto Totenkopf-Standarten, costituito nel novembre del 1939. Fu la matrigna a spingerlo tra le braccia delle SS, “ho combattuto su più fronti, prima nei Balcani dopo contro i russi, rimasi ferito a Kiev e così mi spedirono ad Auschwitz”. Più esattamente, cominciò a lavorare al campo Auschwitz-I, all’inizio del 1942.

Con l’infame compito di sorvegliare, quando glielo chiedevano, le banchine d’arrivo dei treni piombati di Birkenau (Auschwitz-II), dove campeggiava la sinistra figura del dottor Mengele, che sceglieva chi inviare ai forni subito: “All’epoca non sapevo cosa fosse Auschwitz, Sapevo solamente che vi si poteva effettuare una sorta di servizio amministrativo…”. Salvo ricredersi dopo qualche tempo: “I prigionieri venivano ammazzati, gasati, bruciati. Potevo vedere come i cadaveri erano trasportati…sentivo l’odore dell’incenerimento. sapevo che si bruciavano i cadaveri”, scrive, “vedevamo quel che succedeva ma non potevano parlarne, tra guardiani non vi era alcuno spirito cameratesco, come quella che c’era al fronte”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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