Prima del burkini 1989, quando la Francia andò a fuoco per il velo

Cronaca JUAN-LES-PINS

JUAN-LES-PINS. Nel Grand Palais di Juan-les-Pins, dove abito e trascorro quando posso le vacanze estive, ci sono sia ebrei che musulmani. Gli uni e gli altri convivono senza problemi. Alcune donne di fede islamica adottano il velo, altre no. Nessuno ci presta caso. Al primo piano, il venerdì, di solito un inquilino di origini magrebine tiene la radio (ahinoi, spesso ad alto volume) sincronizzata sul canale islamico che trasmette la khutbah, il sermone, e la preghiera che un imam intona e che ogni fedele dell’Islam deve ascoltare. Lo scorso luglio, pochi giorni dopo il mostruoso attentato della Promenade des Anglais di Nizza, ho intravisto una ragazza infagottata in un elegante burkini color smeraldo uscire dal Grand Palais e dirigersi verso le spiagge tra l’indifferenza della gente. La guerra del burkini non era ancora stata dichiarata, nonostante le “ore della collera”, nonostante i primi allarmi sul “volto velato della Costa Azzurra”, quella che non ha “nulla a che vedere con le cartoline”, la Riviera che dissimula - dietro la facciata del turismo di lusso - “veri covi di radicalizzazione”. Poi...

Poi, il 28 luglio, David Lisnard, astro nascente del centrodestra (il partito Les Républicains di Sarkozy) e sindaco di Cannes, emette un’ordinanza in cui si vieta l’accesso “alle spiagge e ai bagni comunali” delle persone “che non hanno una tenuta corretta, rispettosa del buon costume e della laicità, che rispetti le regole d’igiene e di sicurezza dei bagnanti nel dominio pubblico marittimo”. Nel mirino dell’ordinanza di Lisnard c’è l’abbigliamento che manifesta “in maniera ostentata un’appartenenza religiosa”, di questi tempi cosa assai incresciosa, sottintende il documento, visto il tragico momento “in cui la Francia e i luoghi di culto religioso sono presi di mira da attacchi terroristi”, e ciò “rischia di creare disturbo all’ordine pubblico”. L’applicazione dell’ordinanza dura sino al 31 agosto. Curioso, no? Per le autorità di Cannes, è solo una misura “proporzionata” allo scopo prefissato, cioè evitare di creare o esacerbare tensioni che potrebbero trasformarsi in disordini sociali. Più o meno cinquant’anni fa, i gendarmi setacciavano le spiagge dorate della Croisette per obbligare le donne in monokini a coprirsi, in nome del “comune senso del pudore”, destinato a frantumarsi col Sessantotto. Oggi, multano (38 Euro) chi non si sveste...d’altra parte, la memoria collettiva è davvero corta. Già lo scorso anno, sempre sulla raffinata Croisette c’erano stati incidenti per l’abbigliamento di stretta osservanza islamica di alcune donne, criticate per avere ostentato la loro fede religiosa in modo “provocatorio”. E l’anno prima, nel 2014, sempre il sindaco di Cannes aveva proibito il burkini nelle piscine comunali, basandosi su documentate ragioni d’igiene...episodi marginali, confinati nelle cronache locali. Non lo fu, invece, l’emblematica vicenda del velo islamico nelle scuole, quello del collegio Gabriel-Havez di Creil, regione dell’Oise. Un istituto in cui studiavano 500 allievi musulmani su 876, di 25 nazionalità.

Era l’anno di grazia del 1989, la Francia celebrava il Bicentenario della Rivoluzione e quindi l’eredità morale, politica e sociale della libertà, dell’eguaglianza, della fratellanza. Nel 1905 lo Stato aveva imposto alla Chiesa un bel passo indietro, sancendo con rigore il principio della “laicità”, piedestallo dei valori repubblicani e della società civile. A metà giugno di quel fatidico 1989, i media francesi cominciano a parlare di ragazze che portano lo chador a scuola, come segno d’identità. Si mette in discussione l’integrazione, si posano le basi per un conflitto che aspetta solo d’essere innescato. La miccia è accesa il 18 settembre del 1989. Quando le sorelle Fatima (13 anni) e Leila (14) Achahboun, e la compagna Samira Saidani, su richiesta del preside Ernes Chénière, smettono di frequentare il collegio Gabriel-Havez di Creil, nell’Oise, dove 500 degli 876 allievi di 25 nazionalità sono musulmani. La loro colpa? Vanno a lezione col velo: “Il nostro obiettivo è limitare l’esteriorizzazione eccessiva di qualsiasi appartenenza religiosa o culturale”, scrive in una lettera ai genitori, spiegate alle vostre figlie che bisogna rispettare il carattere laico dell’istituto (anche “una ventina di giovani israeliti non vengono il sabato mattina né il venerdì sera durante l’inverno. I professori non possono accettarlo”). I genitori delle tre ragazzine con il velo in classe non accettano il suggerimento del preside. E ne parlano. Scoppia il putiferio. C’è chi grida allo scandalo, come Malek Boutih, allora vicepresidente di SOS Racisme: “Così si malmenano in nome della laicità le convinzioni personali”. L’Humanité, organo del partito comunista, strilla: “Vogliono mettere l’islam nel ghetto”. Non si può infliggere una sanzione a degli allievi in virtù della loro fede”. Lionel Jospin, a quei tempi ministro dell’Educazione, dichiara: “Bisogna rispettare la laicità della scuola che deve essere una scuola di tolleranza, dove non si esibiscono, in modo spettacolare o ostentato, i segni della propria appartenenza religiosa”. Aggiunge: “La scuola è fatta per accogliere, non per escludere”. Il 9 ottobre, le tre ragazze tornano a scuola. Grazie ad un compromesso: dovranno togliersi il foulard prima di entrare in classe, e metterselo quando escono.

Ma è una tregua. A Marsiglia molte scuole rifiutano l’iscrizione di una giovane ragazza appena immigrata che porta il velo: strano, poiché per due anni l’avevano lasciata in pace, tra i banchi. Otto studentesse di Avignone, per solidarietà, vanno a scuola con lo chador in testa. Il 19 ottobre, le tre giovani musulmane del collegio di Creil vanno in classe col velo. Le rimandano a casa. Non le accettano più. Il 20 ottobre è Libération a consacrare una pagina intera sugli chador a scuola. Due giorni dopo un migliaio di persone manifestano a Parigi contro il divieto del foulard in classe. E che succede? La stampa di destra contrattacca: gli immigrati in Francia sono troppi e “ci costano troppo”, nonché nuocciono “alla sicurezza sociale” (France Soir, 2 novembre). Si associa il loro “tasso di fecondità” al “tasso di criminalità”. Argomenti lepeniani, allora, e oggi (pure salviniani). In quei giorni, il Figaro accusa il sindaco socialista di Marsiglia, per la paventata costruzione di una “moschea cattedrale”. Intanto, la questione del velo dilania la sinistra, a parole multiculturale: in nome della tolleranza, ci si chiede dove sia il simbolo e dove la verità, nel complesso dilemma della laicità a scuola. La stessa attuale laicità, però sul bagnasciuga.

Il fuoco polemico rischia di trasformarsi in rogo. Le grandi dames di Francia scendono in campo. Danielle Mitterand si pronuncia per il rispetto delle tradizioni e perché siano accettate le ragazze col velo a scuola. Marie-Claire Mendès-France l’accusa di appoggiare la sharia musulmana. Il 6 novembre una petizione afferma che l’esclusione “sarà sempre la peggiore delle soluzioni”, tuttavia si riconosce nel velo “il segno dell’oppressione e della costrizione esercitata sulle donne musulmane”. La firmano, tra gli altri, Marguerite Duras, Catherine Barma, Noria Allami (autrice di Velate e svelate), Monique Ewange-Epée (primatista dei 100 ostacoli), Ségolène Royal, Halima Boumedienne. Michel Rocard, allora primo ministro, difende la laicità e il principio del rifiuto delle esclusioni. Insomma fatalmente approda al Consiglio di Stato. A dicembre il ministro Jospin diffonde una circolare che scarica sugli insegnanti la responsabilità di accettare o rifiutare il velo in classe, caso per caso. Risultato: denunce. Scioperi. Manifestazioni. Nuove circolari. Dl 1994 al 2003, circa cento ragazze sono escluse dai collegi. Una situazione insostenibile. Il presidente Jacques Chirac decide di varare una legge “sul velo islamico”. La votano nel marzo del 2004. Vieta ogni segno visibile ostentato: il velo, ma anche la kippà o le grandi croci cristiane. Il terrorismo degli anni successivi ha incancrenito le polemiche. E rimescolate le carte. Al punto che il socialista Manuel Valls, l’attuale premier, in una recente intervista, si schiera al fianco dei sindaci che hanno vietato il burkini nelle spiagge, di fatto sposando l’armamentario dialettico della destra: indossare il burkini in spiaggia “è arcaico, non è compatibile coi valori della Francia e della Repubblica”. Il burkini, aggiunge, è l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna.

Balle, replica la trentottenne Aheda Zanetti, imprenditrice australiana di origine libanese che ha inventato il burkini giusto dieci anni fa, “il burkini, che adotta il principio coranico della modestia, è nato per rispondere alle sfide che la società australiana imponeva a noi giovani donne musulmane”. Il suo geniale neologismo ormai spopola nel lessico globale, ben protetto dal copyright, sia sotto la voce burkini che su quella affine burqini. Per forza, è un brand che vale miliardi: 700mila capi venduti, il business fa gola persino al made in Italy, guardate le collezioni di Dolce e Gabbana. Alla faccia dei sindaci come Lisnard, che dichiarando illegale il burkini in spiaggia ne hanno decretato il successo, secondo la più antica delle regole commerciali, quella che trasforma il prodotto vietato in prodotto desiderato. In nome di una laicità ideale che qualcuno vede come oppressione e altri come libertà.

Fonte: ilfattoquotidiano.it