Atlanta, 19 luglio 1996, il round più duro del tremante re tedoforo La malattia - 20 anni fa, già minato dal Parkinson, accese la fiaccola

Cronaca Atlanta

D’improvviso calò il silenzio al Centennial Olympic Stadium di Atlanta, quella lunghissima e festosa sera del 19 luglio. La cerimonia inaugurale era arrivata al momento più simbolico: l’accensione del tripode olimpico. Era finalmente apparso l’ultimo tedoforo: Muhammad Ali. Una scelta politicamente coraggiosa: Alì non combatteva da 15 anni, ma era diventato l’icona pop della sovversione, aveva detto no al Vietnam, senza di lui non ci sarebbero stati i pugni alzati a Città del Messico, rappresentava insieme la radicalità e l’ecumenismo dello sport nella vita sociale. Era lo sportivo più popolare del globo. Incarnava il mito, la leggenda di chi era stato disposto a perdere il titolo di campione del mondo ma non la dignità. Aveva lottato fieramente contro la discriminazione razziale, si batteva strenuamente per i diritti civili. “Come mi piacerebbe essere ricordato? Come un uomo che non ha mai venduto la sua gente”.

Rimanemmo tutti dolorosamente raggelati, nonostante la calura estiva da Via col vento. L’icona onnipotente del ring pareva fragile, ostaggio della malattia. L’uomo che sembrava Muhammad Ali, vestito di bianco, la divisa dei tedofori, faceva fatica a sostenere alta la fiaccola. Il braccio sinistro tremava sempre di più, e più ancora la mano sinistra, così spietata negli incontri di boxe. Fu il suo round più coraggioso.

Esponendosi alla commozione di tutti, si ribellava all’inesorabile demolizione del morbo. Scoppiò travolgente l’applauso. Il prato era gremito degli atleti di 197 Paesi. Ottantamila spettatori lo invocarono. Tutti capimmo: voleva mostrare il corpo malato, un corpo che era sempre stato “politico”. Il tremito esibito lo scuoteva come un terremoto: si fece forza e afferrò con entrambe le mani la fiaccola, chinandosi leggermente verso l’innesco. Una condotta quasi invisibile fece serpeggiare la fiamma sino al tripode.

Qualcuno gridò: “Ali bomayé”. “Ali uccidilo”. La parola d’ordine dell’epico incontro di Kinshasa, il 30 ottobre del 1974. Allora, il nemico da abbattere era George Foreman. Quella sera, il nemico si chiamava Parkinson. Ali sorrise, appena appena. Il Cio gli consegnò la medaglia d’oro che aveva vinto a Roma, nel 1960 e che lui, furioso, aveva scagliato nel fiume Ohio dopo che un ristorante di Louisville, la sua città, l’aveva cacciato via, perché era un locale per bianchi.

La malattia, i cui primi segni si erano manifestati una dozzina d’anni prima, cambiò moltissimo Muhammad: “Dio mi ha donato la malattia di Parkinson per mostrarmi che non ero altro che un uomo tra gli altri uomini, che ero soggetto alla debolezza, come tutti. È tutto quello che sono: un uomo”.

Nel 1998 diventa messaggero della pace per l’Onu, ormai lega il suo nome alle iniziative umanitarie, nonostante le condizioni fisiche siano sempre più precarie: “Non stupitevi, se parlo sempre più lentamente, se faccio fatica a dire qualcosa. Sai che sorpresa. Mi sono beccato 29.000 pugni in faccia. Ma ho guadagnato 57 milioni di dollari e ne ho risparmiati la metà. Di pugni forti ne ho presi pochi (…). Magari parlo lentamente, ma la mia testa è a posto”.

Nel 2012, sorretto dalla quarta moglie Yolanda, fu il grande ospite della cerimonia inaugurale dei Giochi di Londra, accolto da un’ovazione persino più intensa di quella riservata ad Elisabetta. Nel 2009 aveva avuto l’onore di stare a fianco di Barack Obama, in occasione della sua investitura. La Casa Bianca, del resto, gli aveva dato nel 2005 la medaglia presidenziale della libertà, l’onorificenza civile più alta. Qualcuno, non a torto, sostiene che senza Muhammad non ci sarebbe stato Barack, e infatti Obama lo ha ricordato: Ali ha scosso il mondo. E per questo che ora il mondo è migliore”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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