Cent’anni fa, ma sembra oggi: le destre dei nuovi bolscevichi Venticinque anni fa si disfaceva l’Urss, nata dalla Rivoluzione comunista del 1917. Adesso i tempi sembrano simili, ma la crisi globale questa volta sta facendo emergere forze reazionarie

Cronaca Mosca

Giusto venticinque anni fa, in un cottage di caccia riservato alla nomenklatura del Pcus, nel cuore della foresta di Belovezhskaya al confine tra Bielorussia e Polonia, nella notte dal 7 all’8 dicembre 1991 i presidenti di tre delle quattro repubbliche che nel 1922 avevano formato l’Unione Sovietica stabilirono la dissoluzione definitiva dell’Urss. L’accordo fu sottoscritto da El’tsin, Shushkevic e Kravchuk in rappresentanza di Russia, Bielorussia e Ucraina. Il 25 dicembre Mikhail Gorbaciov, segretario generale del Pcus e presidente delle Repubbliche socialiste sovietiche, annunciò in diretta tv le dimissioni: alle 19 e 45, la bandiera rossa dell’Unione Sovietica con stella, falce e martello venne ammainata dal pennone del Cremlino, al suo posto salì quella tricolore della Russia. Scompariva dopo 64 anni, l’Urss come l’aveva concepita Lenin e costruita Stalin: in termini di Storia, la nave dello stato sovietico colò a picco più rapidamente del Titanic. Lo smantellamento delle strutture sovietiche, complicate dal ritiro afgano, durò 34 mesi.

La morte del bolscevismo, fu detto allora con enfasi. Ma oggi, qualcuno dice che il bolscevismo non è mai morto. Che le attuali condizioni politiche globali ed economiche assomigliano molto a quelle che precedettero la Rivoluzione del 1917. Con la differenza sostanziale che il bolscevismo è stato resuscitato dai nuovi populismi, dagli estremismi soprattutto di destra che incalzano e talvolta scalzano le democrazie. Che si sono impossessati di quei valori - solidarietà, identità, difesa delle minoranze e degli esclusi, per esempio - un tempo patrimonio delle sinistre e dei progressisti. Viviamo tempi di rotture sociali e di diserzioni ideologiche, almeno, delle ideologie “classiche”.

L’anniversario ormai prossimo della fatidica Rivoluzione d’Ottobre stimola timori di ricorsi vichiani: “Questo è un periodo di centenari miserabili”, scrive infatti, con un certo allarme, l’Economist nell’ultimo numero, la cui copertina è intitolata provocatoriamente Bolshiness is back, il bolscevismo è tornato, “prima, nel 2014, è venuto quello dello scoppio della prima guerra mondiale, che distrusse l’ordine liberale. Poi, nel 2016, quello della battaglia della Somme, uno dei più sanguinosi scontri nella storia militare. Nel 2017, saranno 100 anni dalla presa del potere di Lenin in Russia. Il putsch portò a un susseguirsi di tragedie: la salita al potere di Stalin, la morte di più di 20 milioni di persone come risultato della collettivizzazione dell’agricoltura e dell’industrializzazione forzata; e in parte in reazione al comunismo, l’ascesa di Hitler, Mussolini e Franco.

Dai giorni finali della seconda guerra mondiale in avanti, la politica occidentale è stata dedicata a far sì che i problemi che hanno provocato l’autoritarismo, sia di sinistra che di destra, non possano occorrere più”. Errore.

Gli alleati crearono una triade di istituzioni globali - la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e le Nazioni Unite - che dovevano stabilizzare l’economia globale e prevenire conflitti. Molti paesi costruirono (o rinforzarono) stati assistenziali che garantivano reti di protezione e scale di opportunità [safety nets and ladders of opportunity]. L’analisi dell’Economist è impietosa: “Questa età dell’oro è giunta al termine. Stavolta i primi colpi sono stati sparati dalla destra invece che dalla sinistra, dai fautori della Brexit in Gran Bretagna e da Donald Trump in America. Ma le similitudini tra il collasso dell’ordine liberale nel 1917 e oggi sono totali [stark]”. Incombe la stessa atmosfera fin du siècle: i 40 anni pre-rivoluzione russa furono anni di trionfalismo liberale. Il libero commercio (voluto dalla Gran Bretagna) riunì il mondo. La democrazia liberale trionfò in Gran Bretagna e Stati Uniti e sembrò essere il futuro ovunque. Pure gli anni Ottanta vissero analogo trionfalismo. La globalizzazione (guidata dagli USA) avanzava incessantemente. Il numero di paesi che si potevano definire democrazie si moltiplicava. Oggi, invece, Trump promette di mandare alla forca l’intero ordine liberale e anche le alleanze globali contro i regimi canaglia. In Gran Bretagna Theresa May, il primo ministro, vuole districarsi dalle maglie dell’Unione Europea: “La vittoria di Trump incoraggerà i sostenitori dell’autoritarismo occidentali, come Marine Le Pen e rafforzerà i despoti anti-occidentali, in particolare Vladimir Putin”. Dunque, uno spettro si aggira di nuovo per l’Europa (e non solo)...

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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