L’esercito di sfruttati ora teme il peggio Camionisti, braccianti, badanti: “Una scusa per tagliarci ancora la paga”

Cronaca Como

Re è un paesino della bella Valle Vigezzo orientale, famoso per l’imponente santuario della Madonna del Sangue, che dista appena sette chilometri dal confine con la Svizzera. Ci vivono 770 abitanti, 150 sono frontalieri. Il turismo non basta, qui si campa su di loro. C’è la ferrovia che collega Domodossola a Locarno, sul lago Maggiore e quella di Re è l’ultima stazione in Italia. Il voto di domenica ha suscitato timori e disappunto. Ma il sindaco Oreste Pastore è pragmatico: “L’esito del referendum ticinese non deve preoccupare più di tanto”, ha dichiarato, “essendo poi sottoposto al vaglio di Berna. Le stesse autorità ticinesi sanno che sarebbe una sciagura avere meno frontalieri nel Cantone”. Semmai, il vero scopo, dice Pastore, è “ridimensionare gli stipendi dei frontalieri. Un obiettivo perseguito dagli imprenditori ticinesi”.

“La verità è che i ticinesi se ne approfittano”, dice un ex-ristoratore della Valle d’Intelvi (tra il lago di Como e quello di Lugano), “sfruttano la crisi italiana, sanno che da noi il lavoro è scarso, precario. Però senza di noi, che fanno? Chi lavora i vigneti? Chi guida i camion? Chi fa il pane? Chi cura i pazienti delle case di riposo che in Ticino sono una grossa risorsa, chi fa il fisioterapista (mancano i corsi professionali)? La manodopera frontaliera conviene, eccome! Ai ticinesi, perché costa molto meno di quella locale. Agli italiani, perché comunque guadagnano di più, rispetto a quello che avrebbero preso in Italia”.

Il pedaggio è il tempo: in media occorrono almeno dieci ore tra lavoro e viaggio, ma c’è chi ne impiega anche 13-14. Come racconta il tornitore Carmelo F. di Domodossola, 32 anni: “Io ho due turni di lavoro. Per far più veloce, uso l’auto. Se mi tocca quello del mattino, mi devo alzare alle 3 e mezza per essere a Mezzovico alle 5 e 30 e rientrare a casa alle 13 e 30. In fabbrica siamo in 600, 400 sono italiani. Con la scusa della situazione politica, sono cambiati i contratti. Ora sono ‘aperti’ e vengono gestiti dalle agenzie”. La flessibilità alla ticinese: ti assumono quando c’è necessità, ti mandano a casa con un mese di preavviso. Negli ultimi tre anni, il salario è calato di 800 franchi, sottolinea Carmelo: giustificato dai padroni perché c’è più domanda che offerta. Balle: la disoccupazione in Ticino è del 3% (si arriva al 7% se si aggiunge chi è entrato in regime di assistenza). La forza lavoro è di 210mila posti, di cui 62mila riguardano i frontalieri italiani, che sono aumentati di 15 mila unità negli ultimi 6 anni, segno che li vogliono.

La “paga svizzera” ovviamente fa gola lo stesso, anche se è sensibilmente più bassa di quella analoga per gli svizzeri. E non ci sono solo lavoratori, ma anche imprenditori italiani che hanno portato in Ticino le loro aziende, per sfruttare le condizioni del mercato locale: meno tasse e meno burocrazia. Così, persino le agenzie di collocamento che fanno da intermediarie pretendono sino a mille franchi. E non è che siano sempre rose e fiori. Quando piove, dice Carmelo, “gli italiani lavorano ai piani alti dove si becca l’acqua, mentre i lavoratori svizzeri stanno in basso, al coperto…”. Bisogna ingoiare. Ricordate il film con Nino Manfredi, Pane e cioccolata?

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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