Juve-Inter 1977, la vendetta di “Bonimba” ceduto al nemico

Cronaca

Juve-Inter è anche storia di rivalse. Di rese dei conti. Di rivincite. Non si sono mai amate, le due squadre: come del resto, non si amano molto Torino e Milano. Anzi. Nell’estate del 1976, l’anno del terremoto in Friuli, Angelo Moratti comunicò al suo centravanti Roberto Bonisegna che l’aveva ceduto alla rivale Juve in cambio di Pietro Anastasi: “Presi male, malissimo la notizia”, confessò anni dopo Roberto, “era dal 1969 che giocavo con l’Inter, mi sentivo una bandiera inamovibile. Anche perché sono nato interista. Il presidente della mia squadra mi aveva venduto al nemico, con tutto quello che avevo fatto per la squadra. E’ stata una pugnalata”.

Non prometteva nulla di buono lo sguardo di Roberto Boninsegna da Mantova detto il Feroce Saladino - ma Brera lo chiamava Bonimba. Non alto, ma tosto. Con quella faccia un po’ così, naso schiacciato da pugile che non era affatto suonato ma le suonava agli avversari. Era un centravanti di sfondamento, all’antica. Ricordava, per tecnica e potenza, un po’ Gigi Riva. Spavaldo, temerario, non temeva la mischia: colpiva di testa e tirava bordate spaventose. Una, la più famosa, fu quella che rifilò ai tedeschi nella mitica partita dell’Italia contro la Germania, durante la semifinale dei Mondiali 1970, all’ottavo minuto del primo tempo beffando Sepp Maier. Con Riva, il mantovano insensibile al gioco duro delle difese più cattive, aveva giocato assieme un anno a Cagliari. La convivenza con Rombo di Tuono fu complicata: Bonimba non tollerava di fare il suo scudiero. Talvolta, il carattere lo tradiva. Come nel dicembre del 1967, quando tentò di pigliare a cazzotti un arbitro: lo squalificarono per nove giornate. Alla sua prima stagione con l’Inter (1969/70) vinse lo scudetto e fu capocannoniere. Coi nerazzurri aveva disputato in serie A 197 partite segnando 113 gol, mica briciole. Non pensava di finire alla Juve che lui aveva punito ben nove volte.

Sul campo di calcio, la vendetta che qualcuno dice essere una specie di giustizia selvaggia, si serve a suon di gol. Boninsegna aveva 33 anni e 2 mesi quando, con addosso la maglia bianconera numero 9, si ritrovò la domenica del 16 gennaio 1977 allo Stadio Comunale torinese di fronte gli ex compagni: il portiere Bordon, Canuti, Fedele, Oriali, Guida, capitan Facchetti, Anastasi, Merlo, Mazzola (Alessandro), Muraro. Li guidava Chiappella. La Juve allenata da Trapattoni schierava Zoff, Cuccureddu, Gentile, Furino, Morini, Scirea, Causio, Tardelli, Bonimba, Benetti e Bettega.

La partita non fu bella. Bastò la superiorità atletica dell’inesauribile Benetti e del prodigo Gentile a fare la differenza. Più la fredda determinazione di Bonimba. Battagliero e bellicoso lo era sempre stato. Quel pomeriggio lo fu di più: conosceva vizi e virtù calcistiche della difesa nerazzurra. Giocò con un ardore che sapeva di odio e di amore, sentimenti vecchi come l’uomo. Con rabbia nel cuore e dinamite nelle gambe. Al 21’ del primo tempo un’incursione di Gentile con relativo cross lo trovano puntuale al letale colpo di testa che trafigge Bordon: “Ho esultato. Poi ho guardato in tribuna, per sfida”. Il gol cancella ogni dubbio sulla lealtà professionale alla maglia che indossa. L’Inter incassa ma la reazione è bolsa. Le manovre dei nerazzurri sono lente, approssimative. Anastasi latita. Muraro resta impigliato nella morsa di Scirea e dello stopper Morini. Al 62esimo, il copione si ripete. Discesa travolgente di Cuccureddu sulla fascia di destra, cross al centro dell’area dove, puntuale come la morte, irrompe Bonimba che spara una “lecca” tremenda: “La seconda volta non ho esultato. Ho visto i colleghi demoralizzati. La vendetta era stata fatta. Gustosissima”. Quella stagione il Derby d’Italia si ripeté con lo stesso risultato a San Siro l’8 maggio. La Juve vinse lo scudetto di un punto sul Torino di Ciccio Graziani, capocannoniere. Bonimba fece dieci gol. Con la Juve conquistò due scudetti, una coppa Uefa - il primo titolo internazionale dei bianconeri - e una Coppa Italia. Non fu un “centravanti di transito”, come invece dimostrò d’essere Anastasi per l’Inter.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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