Fermi tutti, l’Apocalisse non è ancora arrivata

Cronaca

Le prime avvisaglie di quella che l’establishment internazionale temeva potesse trasformarsi in una sconvolgente apocalisse politica che avrebbe definitivamente rovesciato gli equilibri mondiali si ebbero in Francia, all’inizio dell’inverno 2015: Marine Le Pen, leader del Front National, partito dell’estrema destra xenofoba e antieuropea, si apprestava ad una clamorosa vittoria nelle elezioni regionali. Il pericolo fu sventato in extremis perché il centro sinistra e i moderati del centro destra si allearono, nonostante le pesanti divergenze, nella settimana che precedette il ballottaggio del 13 dicembre. Il fronte democratico aveva avuto ragione del fronte anti-sistema, sia pure faticosamente.

La Le Pen incassò la sconfitta come se avesse vinto. Disse che si trattava solo di una tregua. In Italia Matteo Salvini, il leader di una Lega sempre meno Nord e sempre più estrema destra intollerante e razzista, festeggiò: dopo Parigi, Roma, prometteva. Pure la destra radicale di Alternativa per la Germania e la galassia neonazista esultarono, alla luce dei successi ottenuti nei Land ex Ddr. L'entusiasmo populista contagiò l'Austria, l'Olanda, la Danimarca. All’Est, scalpitava il neonato Gruppo dei Quattro di Visegrad, fieri nel contrastare il flusso dei migranti con reticolati e blindati. Spiccava l’Ungheria di Viktor Orban, predicava la “democrazia illiberale” e l’attuava, seguito a ruota dalla Polonia in boom economico nelle mani del partito ultra conservatore Diritto e Giustizia, creatura di Jaroslav Kaczynski, reduce dall’ampia vittoria nelle elezioni legislative di quel fatidico 2015, all’attacco del sistema giudiziario e della sua indipendenza rispetto al potere politico. Un’ostile Mitteleuropa ai dettami di Bruxelles, nonostante la fresca appartenenza all’Unione Europea.

Insomma, un quadro fosco. Reso ancor più inquietante da ciò che succedeva in Turchia, con la deriva autoritaria di Erdogan. O in India. O nelle Filippine. Senza dimenticare Putin, il quale, non a caso, recitava la parte di colui che difende le cause identitarie e sovraniste, in nome dei valori cristiani. Pareva che il cielo sopra di noi si tingesse di nero - tradizionale colore della destra - e che la luna sanguinasse (metafora della sinistra allo sbando, ferita a morte) e che le stelle ci cadessero addosso (immagine simbolica dei leader che avevano perso carisma e lungimiranza). Il declino dell’Occidente, riletto come nella catastrofica visione di Giovanni, “sembrava venuto il tempo dell’Apocalisse”. Appunto.

La politica, come la fisica, segue le leggi della causa e dell’effetto. Le cause che avevano determinato il grande consenso elettorale attorno al Front National si erano già verificate, era questo il succo dell’ottimismo lepeniano e dei leader populisti europei, “siamo un fenomeno ormai inarrestabile: è questione di tempo”. Effetti che continuavano ad evolversi, dicevano e che si sarebbero scatenati con la forza travolgente della natura. Una visione quasi profetica. D'altra parte, i fatti gli davano ragione.

A Londra, per esempio, il meccanismo stolidamente innescato dal conservatore David Cameron - l’European Union Referendum Act 2015, la legge che stabiliva di tenere il referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Ue - entra in vigore quattro giorni dopo il voto francese, giovedì 17 dicembre, con il Royal Assent. I sondaggi rassicurano Cameron: i Remain sono più dei Leave. Si illude. Sottovaluta il rivale Boris Johnson e soprattutto l'attivismo di Nikel Farage, il capo dell’estrema destra Ukip: i britannici mal sopportano le ingerenze nella loro vita politica, i due abilmente pilotano patriottismo e risentimenti xenofobi e battono campagne e provincia, dove la crisi è forte, dove i pensionati credono che Bruxelles li derubi.

Il 2016 è traumatico. Il 23 giugno vince il Brexit. Un trauma. Cameron ha perso la scommessa. Si dimette. L'ondata della rabbia "dal basso" contro le élites al potere si scarica in America. E premia inaspettatamente Trump. Il presidente Usa è troppo rozzo, cafone, demagogo. Un grande bugiardo. Un maschio alfa. Eppure, il 9 novembre batte Hillary Clinton. Coll'immancabile plauso (speranzoso) dei populisti e delle destre d’Europa. Salvini e il Movimento CinqueStelle sono chiamate a confermare questo trend. Il 4 dicembre, infatti, tocca all’Italia. L’avventato ed arrogante Matteo Renzi ha indetto il referendum costituzionale. Lo trasforma in un referendum su di lui. Autogol clamoroso. Si dimette a tarda sera. Se prima c’erano indizi sparsi, ora si vede la miccia. Serpeggia per il Vecchio esausto Continente.

E invece, quello stesso 4 dicembre 2016 qualcosa va storto. In Austria si replicano le presidenziali di maggio, annullate per vizi formali. Il verde Alexander van der Bellen sconfigge il nazionalista Norbert Hofer, il favorito della vigilia. L’onda populista di estrema destra è stoppata. L’affluenza è stata superiore, rispetto a maggio. Van der Bellen ha sempre detto di stare “a favore di un’Austria filo europea”. Che sia un indizio? L’obiettivo ora si sposta sull’Olanda: dove si agita l’ossigenato anti-europeista Geert Wilders. Lo danno trionfatore. Mercoledì 15 marzo gli olandesi smentiscono i sondaggi: preferiscono il liberale e conservatore Mark Rutte. Niente Nexit. Angela Merkel commenta: “E’ stata una buona giornata per la democrazia”. Il voto è letto come una rivolta contro l’antieuropeismo. I mercati europei sono rassicurati: “Dopo Brexit e Trump, uno stop al populismo sbagliato”, commenta Rutt.

Ma incombe il pericolo francese. Elezioni presidenziali. Socialisti in rotta, Le Pen in testa ai sondaggi, davanti ai repubblicani. L’incognita è il candidato indipendente Emmanuel Macron, leader del movimento En Marche che non si sa esattamente cosa sia - né di destra né di sinistra, ma di destra e di centro sinistra? E’ giovane, dinamico, ha idee chiare e un contegno determinato. E’ fervente europeista. Il suo asso nella manica è la moglie Brigitte: 24 anni più di lui, sua rassicurante (e borghese) consigliera. Macron polarizza gli scontenti dei partiti e soprattutto coloro che vogliono l’Europa e l’euro. Al ballottaggio del 7 maggio vanno lui e Marine Le Pen. Il confronto tv è stato impietoso per la leader frontista. Macron la sbaraglia, due terzi degli elettori sono con lui. Il populismo è sconfitto: sebbene dieci milioni di francesi abbiano votato la Le Pen. Che però è massacrata un mese dopo alle amministrative. Il Front raccatta 8 deputati, contro gli oltre trecento di En Marche. Persino trump accusa colpi. L’ultimo, mercoledì scorso: il Senato salva l’Obamacare, la riforma sanitaria. Parafrasando il Bollettino della Vittoria di Armando Diaz, per ora i resti di quello che fu uno dei più potenti schieramenti politici del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza. La beffa è che solo l'Italia tiene ancora duro, sul fronte occidentale del populismo e dintorni.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

GUARDA ANCHE

Anno XV dell’era fascista: e il derby finiva già in rissa 18/11/2017


Continua a leggere

Da Vinci contro Neymar talenti unici a peso d’oro 17/11/2017


Continua a leggere

Mondiali addio “puttan tour” 16/11/2017

In trasferta - Altro che Pil perso, con l’esclusione della nostra squadra niente vacanza a luci rosse
Continua a leggere

Cancellate la parola “ex” 13/11/2017

La qualifica è inesorabile, generazionale e anagrafica. Traccia un confine terribile: chi è dentro e chi, invece, è ormai fuori. Chi “è stato” e ora non è “più come prima”
Continua a leggere