L’Esposizione blindata come una base Nato. Dietro il filo spinato abbandono e sprechi Sul luogo del delitto - Muretti e cancellate proteggono i palazzi vuoti tra scritte e degrado

Cronaca Milano

MILANO. Per rintracciare l’Expo maltrattata dai cartelli stradali che sono minuscoli quando ci sono, e labirintici, prima di Rho, venendo da Milano lungo la vecchia Gallaratese, devo affrontare una grossa rotonda, pigliare la terza uscita per Rho-Legnano sino ad un’altra rotonda, qui alla quarta uscita infilarmi in direzione Monza-Bollate, segnalata microscopicamente. Mai distrarsi in questa periferia disorganica e punteggiata da gru e grattacieli in costruzione: si finirebbe ineluttabilmente sulla Torino-Venezia o, se ti va bene, sulla Milano-Laghi. E mica gratis. Dunque, proseguo diritto con attenzione, tenendo la sinistra, immergendomi in due lunghi sottopassi sino a quando non sbuco a rivedere le stelle, come un Dante in versione Sala e imbocco il fatale svincolo Expo Triulza. L’ingresso è interdetto ai non autorizzati. Pare una guarnigione militare: infatti, quel che resta dell’Expo - a guardare da fuori, ancora molto - è presidiato quasi fosse una base della Nato. Muretti, cancellate, fili spinati, il repertorio delle aree “invalicabili”. Difficile immaginare, come ha scritto qualcuno, “le mille spinte e le mille opzioni della città”. Qui pare lo scenario di un film post-apocalittico. Come, del resto, è, almeno sotto il profilo giudiziario...

Una luce rossa lampeggia in cima all’Albero della Vita, il grande Palazzo Italia che le sta di fronte è integro, in attesa di rivitalizzarsi. Invece, è vuoto: che spreco. Più passa il tempo, più tutto costerà di più: la manutenzione, il riutilizzo, la dismissione. Un business nel business. Per questo è ben sorvegliato...La cittadella del cibo globale, costata almeno due miliardi di Euro, ma anche sei processi (per ora), tre indagini, una caterva di sospette infiltrazioni mafiose, sembra la Bella addormentata, ma non nel bosco delle favole, bensì adagiata sul Decumano, la Piastra e quant’altro gli immaginifici e scaltri archistar hanno progettato. Le prime ombre della sera calano su questa fucina della corruzione ambrosiana, e se sale la nebbia, farà da maschera alle cupole sopravvissute, penso ai trulloni del Padiglione Zero, chissà quale sarà il loro destino - il futuro dell’Expo meriterebbe una storia a parte - ma pure alla cupola degli affari che pilotava le aste e gli appalti dei clan.

Sotto i cavalcavia resistono all’usura del clima le scritte (profetiche, col senno di poi) dei No Expo. Ecco pittato con implacabile costanza lo slogan “Expo= Mafia”, colorato sui plinti sgangherati di cemento che cingono, soprattutto sotto i viadotti, le strade attorno al sito: è una sorta di mantra che insegue gli sguardi degli automobilisti, attratti ogni tanto dagli splendidi murales dell’antagonismo: ha mai perlustrato questi posti, il sindaco Sala? Non manca poi l’alfabeto grafico del disagio, segni e segnali di una Milano ben lontana dall’Europa e dalle sfide pretese - ricordate la strombazzata visita di Sala a Londra all’ìnizio di novembre? - per “entrare nella top ten mondiale”.

Nella circumnavigazione dell’area che fu calcata da venti milioni di persone, prevale - in modo fisico, non intellettuale - il grigiore delle non decisioni, del ritardo, delle proroghe, dei bracci di ferro sui fondi promessi e non erogati per il dopo Expo e le illusioni di trasformarla nella cittadella della scienza e della cultura, il renziano progetto Human Technopolis. Oltre il parcheggio 2, la via Belgioioso costeggia la cinta del carcere modello di Baranzate di Bollate. E quella, poco più bassa, che rinchiude l’Expo. Passato l’ospedale Sacco, tornando a Milano, resiste un cartellone: “Cantieri aperti 2015. Expo. Ponte di via Stephenson chiuso per lavori”. Seguono istruzioni. Al numero 107 di via Stephenson c’è l’Autodemolizioni Eurosmaltimenti. Se nominate l’Expo, l’amministrattrice unica Prengzi Valbona vi sbrana. Le hanno costruito sopra l’azienda un viadotto costato 109 milioni (più il 10 per cento, più gli espropri). Per quattro anni è rimasta quasi isolata per via dei lavori, ci ha rimesso un mucchio di soldi, ha rischiato di fallire. Ogni tanto transita - sopra - qualche auto.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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