Cane a 6 zampe e Total: tutti i dispetti e gli affari

Cronaca

Mercoledì 20 luglio. Territorio di Bengasi. Un missile portatile SA-7, lanciato da miliziani islamici legati ad al-Qaeda, abbatte un elicottero francese. Parigi è costretta a dare la notizia perché la Reuters ha diffuso una foto. Tre le vittime, partecipavano ad azioni “coperte”, cioè segrete, contro l’Isis. Malgrado le contorsioni diplomatiche per minimizzare la propria presenza militare in Libia, la Francia - cinque anni dopo aver contribuito pesantemente alla caduta di Gheddafi - ha dislocato parecchie unità di forze speciali e decine di specialisti dei servizi. La maggior parte è di stanza nella base aerea di Bengasi. Ma i francesi non sono soli: con loro, britannici. Ed italiani. In palio, la corsa all’oro nero.

E qui arriviamo al dunque. L’Eni detta legge in Libia: nel 2011 estraeva 116mila barili al giorno, contro i 79mila della tedesca Wintershall e i 55mila della Total. I francesi, però, cercarono di scompigliare le carte. Volevano di più. Vi abbiamo aiutato a rovesciare il Colonnello, mentre gli italiani stavano a guardare... Già nel 2008 avevano tramato per strappare concessioni nel bacino di Ghadames. Ci ritentarono. Ma in un Paese diviso in tre parti, quattro governi e 800 milizie, il Grande Gioco dell’Oro Nero era diventato un puzzle sempre più complicato. La priorità, ormai, era un’altra: combattere il Califfo che si voleva impadronire dei pozzi, oleodotti, gasdotti “occidentali”. Delle 35 multinazionali che si spartivano la torta con Gheddafi, ne restavano ben poche: Eni e Total in prima fila. Poi, la spagnola Repsol, i cinesi della China national petroleum company, i coreani, i tedeschi. In palio, la redistribuzione del post-Gheddafi. E un sacco di pretendenti. Come gli inglesi della British Petroleum nel 2008 avevano siglato un accordo con il Colonnello, 900 milioni di dollari in cambio dell’esplorazione di nuovi giacimenti di gas. O come i qatarioti di Vitol. Gli emiri si erano sempre limitati alla commercializzazione dell’oro nero libico, adesso miravano anche ad estrarlo. I russi putiniani. I cinesi (maldestri). I tedeschi non interventisti. Tutti a brigare. Insomma, roba da House of cards.

E l’Eni in pole position. Forte di robuste mietiture distribuite in sei decenni, costruendo scuole, ospedali, strade. Con una proficua ed immaginiamo costosa politica di compromessi, percentuali e alleanze societarie. La Libia è strategica, spiega l’ad Claudio De Scanzi, all’Avvenire (8 maggio 2016): “L’Eni oggi fornisce alla Libia il 100 per cento del gas per generazione elettrica e il 50 per cento per le utenze domestiche. Garantiamo l’energia a tutte le parti in causa, ma soprattutto a tutta la popolazione. Se lasciassimo, faremmo un danno al Paese”. Quale? La Libia o l’Eni? La Libia possiede le più grandi riserve di petrolio africane (stimate in 48,363 milioni di barili, cui si aggiungono 1,505 miliardi di metri cubi di gas). L’Eni è la compagnia straniera maggiormente coinvolta, nonostante gli intrighi Total: l’Eni, infatti, copre più del 70% della produzione libica complessiva odierna. In termini assoluti, la Libia costituisce il 20 per cento della produzione totale Eni. Una supremazia che non va giù alla Total, alla quale non basta operare nel campo di Mabrouk (zona centro-orientale). Con la spagnola Repsol sfrutta i campi occidentali di El Sharara, a loro volta collegati allo snodo petrolifero di Zawiya vicino a Tripoli, mentre in mare spreme il giacimento di Al-Jurf collegato al terminale di Farwah. Coi raid di Sirte, si spera nella resa dei conti. Prima, con l’Isis. Poi, si vedrà.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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