Elie Wiesel È morto Elie Wiesel. Aveva 87 anni. No, è sbagliato: aveva i 5.776 anni della memoria ebraica, della sofferenza dei popoli, del mai dimenticare.

Cronaca

È morto Elie Wiesel. Aveva 87 anni. No, è sbagliato: aveva i 5.776 anni della memoria ebraica, della sofferenza dei popoli, del mai dimenticare. Nel 1986 gli avevano assegnato il Nobel per la Pace. Ricordare non voleva dire vendetta. Voleva dire, così un giorno mi spiegò ad Auschwitz, durante il cinquantesimo anniversario della liberazione del lager, lottare, alzare la voce, assordare chi si tappa le orecchie. Odiava il silenzio degli altri. Scriveva con la forza di una rabbia profonda, irrisolta: “Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai”, scrisse nell’autobiografico La Nuit (1958), quando descrisse l’arrivo ad Auschwitz.

Ricordo quel giorno come fosse ieri. All’Università Jagellonica di Cracovia, la più antica di Polonia, la più nobile, la più cristiana, Lech Walesa e il primate polacco Jozef Glemp dovettero inghiottire il boccone amaro di vedere vuota la poltrona destinata a Elie Wiesel. Polemicamente vuota: il grande scrittore nonché premio Nobel per la Pace non aveva digerito la melassa di un programma ufficiale dal greve sapore nazionalista, ipocritamente asettico e fazioso, che sapeva tanto di coda di paglia.

No, doveva il mondo sapere quale era il posto di Elie Wiesel, dove non poteva non essere: insieme ai suoi fratelli giudei, a sessanta chilometri da Cracovia, dietro i fili spinati elettrificati che continuano simbolicamente a cingere, oggi come allora, Birkenau (o Auschwitz 2), a celebrare con lo strazio nella voce i cinquant’anni di una liberazione che non era mai finita.

Lì c’era il camino che spargeva le ceneri, lì il papa si abbassò a baciare la terra e a gridare “Pace! Solo Pace!”, lì si stringevano i sopravvissuti che avevano potuto ritrovarsi per la mesta celebrazione. Quando muore il padre di un ebreo, il figlio recita il kaddish, e se tuo padre ti ha insegnato a glorificare il Signore, vuol dire che tuo padre era un Giusto, questo ricordava Elie Wiesel, mentre scrutava negli occhi Roman Herzog, l’austero e coraggioso presidente della Germania Federale, uomo di tutto rispetto, uomo onesto venuto a far penitenza per tutta la sua nazione.

Quel giorno Wiesel inveì: “Dio, Dio misericordioso, non aver pietà di chi non ha avuto pietà dei nostri figli”, la mantellina bianca dalle righe celesti talled quasi scivolò dalle spalle per l’impeto. Herzog, che rappresentava la Germania, capì che era come un sacrificio. Intese, era suo dovere morale. E allora Wiesel, sfumando il discorso della responsabilità, pronunciò la sentenza che forse i tedeschi volevano finalmente ascoltare, “non c’è una colpa collettiva, solo i colpevoli sono colpevoli”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

L'urlo di Auschwitz. «La memoria è libertà» La Repubblica Leonardo Coen

AUSCHWITZ - Sui famigerati blocchi del campo di sterminio di Birkenau, sulle macerie dei forni crematori, delle sei camere a gas, sui prati in disgelo che nascondono le ceneri di un milione e duecentomila vittime, soffia forte un vento stranamente tiepido e sembra che voglia portar via con sé tutti i ricordi e le lacrime e anche quel disperato bisogno di urlare al mondo “ma Dio, Dio dov'era?”. L'una è passata da qualche minuto, alla tv polacca il cardinale di Coblenza Karl Lehman ha appena chiesto perdono «per tutte le vittime dei lager nazisti», all'Università Jagellonica di Cracovia, la più antica di Polonia, la più nobile, la più cristiana, Lech Walesa (e c'era pure il primate polacco Jozef Glemp) ha dovuto inghiottire il boccone amaro di vedere la poltrona che doveva essere occupata da Elie Wiesel vuota, polemicamente vuota, il premio Nobel per la pace non c'è stato al rispetto di un programma ufficiale dal sapore nazionalista, asettico e fazioso, a macerare la rabbia e il disappunto davanti alle toghe dei professori... Lo sanno tutti, dov'è Elie Wiesel, dove non potrebbe non essere: è insieme ai suoi fratelli giudei, a sessanta chilometri da Cracovia, dietro i fili spinati elettrificati che continuano simbolicamente a cingere, oggi come allora, Birkenau (o Auschwitz 2), a celebrare con lo strazio nella voce i cinquant'anni di una liberazione che non è mai finita. Lì c'era il camino che spargeva le ceneri, lì il papa si abbassò a baciare la terra e a gridare «Pace! Solo Pace!», lì si stringono i sopravvissuti che hanno potuto ritrovarsi per questa mesta celebrazione, si chiamano, si incontrano. «Quando arrivasti? Quando sei uscito?», a loro basta un cenno, lo sguardo indica il polso, «Ce l'hai ancora?-, certo che sì, il numero tatuato è il più atroce degli emblemi, quello non lo devi cancellare, quello è la vergogna dell' uomo; Helmuth Szprycer solleva la manica della giacca e anche della camicia, leggi 170835, senti i brividi addosso rigarti la schiena, Helmuth era uno dei 183 bambini rimasti ad Auschwitz quando i russi arrivarono, appoggia una corona di fiori davanti ai monumento per le vittime. «Ma la memoria è necessaria! Questo è un cimitero senza tombe, noi camminiamo sulle ossa e qualcuno tenta persino di negarlo», denuncia Maurice Goldstein, il presidente degli ex deportati di Auschwitz: «La memoria di quel che è avvenuto ad Auschwitz non è soltanto un valore del passato, è soprattutto un valore per il presente, perché ci sono nel mondo intolleranze, odii razziali, pulizie etniche, e più di ogni cosa deve preoccupare che ci siano dei giovani e che questi giovani aderiscano al neonazismo, e dicano che l'olocausto non c'è stato». Non si può, non si deve dimenticare, insiste Sheva Weiss, presidente della Knesset israeliana, il parlamento di Gerusalemme, la polemica incalza, prende la parola Jean Kahn, il presidente del Congresso ebraico europeo, rincara la dose: «Dobbiamo evitare che vincano l'indifferenza, la falsificazione, che si ripetano i tentativi di banalizzare la Storia, di dire - lo fecero i regimi comunisti - che qui morirono tutti, indifferentemente, non solo ebrei, anzi, primi di tutti i polacchi, poi i russi, gli altri e quindi anche gli ebrei, né più né meno, dimenticando che contro gli ebrei l'Olocausto fu organizzato e pianificato. Bisogna vigilare perché non avvenga quel che aveva in mente una parte del clero, quando fu costruito il convento delle Carmelitane per cristianizzare la shoah…», le parole, amare e taglienti, ripugnano negli animi di queste mille persone strette come impaurite dal fantasmi del passato. Quando muore il padre di un ebreo, il figlio recita il kaddish, e se tuo padre ti ha insegnato a glorificare il Signore, vuol dire che tuo padre era un Giusto, questo ricorda Elie Wiesel, mentre scruta negli occhi Roman Herzog, l'austero e coraggioso presidente della Germania Federale, uomo di tutto rispetto, uomo onesto che è venuto a far penitenza per tutta la sua nazione, uomo che dice solamente «Auschwitz e Birkenau sono luoghi di dolore», che sfiora la tesa del cappello nero quasi a salutarli, i morti, mi dispiace, signor Presidente, deve pensare Wiesel in quel momento, però io certe cose non le posso tacere, io debbo parlare, io debbo ricordare, e debbo urlare il mio dolore, io qui ci son stato che avevo dodici anni, sono entrato all'inferno e ne sono miracolosamente uscito. «Dio, Dio misericordioso, non aver pietà di chi non ha avuto pietà dei nostri figli», è l'invettiva che gli esce dalla bocca, e la mantellina bianca con le righe celesti talled che gli copre le spalle quasi cade per terra: grida queste cose Wiesel al mondo intero e ad Herzog. E lui, la più alta autorità tedesca, di quella Germania che vuole espiare la colpa dell'Olocausto, ha come un leggero sussulto, la mano destra si leva ad assestare gli occhiali dalla montatura d'oro, e solo questo piccolo gesto tradisce l'intensa emozione. Il sacrificio è avvenuto, e Wiesel lo capisce, Herzog si è come consegnato perché le sentiva un suo dovere, un dovere morale, e non ha avuto paura, non ha paura di ascoltare il giudizio. Wiesel quello che doveva dire l'ha detto, e allora il premio Nobel, sfumando il discorso della responsabilità, pronuncia la sentenza che forse i tedeschi volevano finalmente ascoltare, «non c'è una colpa collettiva, solo i colpevoli sono colpevoli». Non lontano una donna minuta singhiozza, si chiama Eva Timar, viene dalla Vojvodina, ha 69 anni, arrivò qui che aveva 18 anni, il 2 maggio del '44, «ero così giovane non lo sono più stata», dice; è andata a ricercare il blocco in cui passò sei mesi, dopo aver superatola «selezione», sulla maledetta rampa della ferrovia che finiva dentro il campo, «stavo di fronte all'ospedale, un giorno portarono via mia madre, laggiù vedi solo le fondamenta delle camere a gas, aveva 41 anni mamma Julia, morì, e questo fu il destino più beffardo, proprio nell'ultima selezione di Birkenau, e come si può dimenticare, le dice dolcemente Aca Singer, il presidente delle comunità ebraiche in Jugoslavia (vive a Belgrado, ha 73 anni) prende sottobraccio Eva, la conforta, lui. L'ingegner Singer a Birkenau ha perso sessantacinque familiari, sterminati. Per lui, il fardello di esser rimasto vivo.