Disconnettersi si può

Cronaca

#disconnessionIsBeautiful. Ops! Ci sono cascato. Ho usato l’hashtag di Twitter. Vedete il contagio? Il virus dei social non perdona. S’installa nella mente. E non si cancella. Forse, più che un virus è un vizio. In Francia il diritto alla disconnessione è in vigore dallo scorso gennaio. Fuori del lavoro, nessuno può scocciarti. Squilla il telefonino? Non rispondi. Ti inviano mail? Non le leggi. Ah, che liberazione!

C’ho provato, un giorno senza essere connesso. Dal sabato alla domenica. All’inizio, non me ne sono nemmeno accorto. Poi, ho cominciato a provare un senso di euforia. Come un ergastolano che evade dalla galera. Che annusa l’aria “libera”. Che non ha più muri davanti agli occhi. E nessuno che gli ordina qualcosa. Ci ho preso gusto. Telefonino spento. Tablet nella borsa. Portatile nella custodia. Navigatore disattivato. Ho letto che l’Istituto Makno di Milano ha condotto una ricerca sulla “stanchezza da social” intervistando mille persone. E ha riscontrato una progressiva disaffezione. Cito dal Corriere della Sera: “I milanesi adulti pubblicano meno post personali e ludici sulle piattaforme tradizionali. Sul web cercavano compiacimento e relazioni. L’uso inizia ad essere più distaccato. Spesso funzionale a un obiettivo specifico, immagine o lavoro”.

Senza saperlo, nello stesso giorno in cui io decidevo di disconnettermi – sabato 9 settembre – al Festival della Comunicazione di Camogli, il politologo bielorusso Evgenij Morozov, esperto di new media, sosteneva che Google e Facebook ci “trivellano la psiche per estrarre fatti, connessioni, aspirazioni e ansie di cui forse noi stessi ignoriamo l’esistenza”. Per farceli rivelare, infatti, la nostra attenzione “dev’essere catturata e diretta verso un’altra attività coinvolgente: clicchiamo mi piace, scriviamo tweet, scorriamo post”. Ci snerviamo, insomma. Ci affatichiamo. Ci sfessiamo nel virtuale per sentirci poi a pezzi. Dentro l’anima. Ma anche nel corpo. Siamo vittime di una “forma rapace di psicoanalisi condotta da una grande azienda su scala industriale”. Senza che noi, pazienti involontari, lo sappiamo e lo vogliamo.

Per il sociologo del digitale Dominique Bollire vi è poi il problema dell’iperconnessione che sposta la questione “sulla presenza dell’altro”. Cioè degli altri. Ficcanasi. La Rete sarà pure un luogo di libertà (presunta) ma si trasforma facilmente in territorio ostile. Pieno di odio e bugie. Di conoscenza e di inganni. L’Impero dell’Ambiguità.

Viviamo nell’era della post-verità, quindi anche della post-identità. Se restiamo connessi. È un fenomeno strutturale. Che si è trasformato in rito sociale. Il filosofo Maurizio Ferraris lo chiama “mobilitazione totale”. Altro che mobilità. Per questo ho “staccato”. Sarà un lusso, ma il silenzio del bit è salutare. Non un dietrofront. Ma un no a un futuro di incubi. Basta sapersi destreggiare tra il nefasto rimpianto del buon passato (la “retrotopia” alla Zygmund Bauman) e il sogno di un progresso che non sia dannatamente invasivo.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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