Cancellate la parola “ex” La qualifica è inesorabile, generazionale e anagrafica. Traccia un confine terribile: chi è dentro e chi, invece, è ormai fuori. Chi “è stato” e ora non è “più come prima”

Cronaca

Ex. Preposizione di antica nobile origine latina, il che non le impedisce di esercitare un retaggio lessicale barbaro e violento, discriminante e pregiudizioso. Da cancellare. Perché? I motivi sono tanti. Il primo è di carattere fonetico: la sua militaresca brevità - una vocale, una consonante - le consente d’essere tagliente come la sciabola dell’ufficiale che comanda un plotone d’esecuzione. Avete mai fatto caso all’asprezza vocale dell’ex che viene usata come prefisso, anche solitario? “Taci tu, che sei un ex!”. E’ letale, anche se metaforicamente, quanto i proiettili di quel plotone. Ma poi, mica tanto metaforicamente. Gli effetti nella psiche di chi è tacciato d’essere un ex sono devastanti. L’ex, infatti, è un prefisso cattivo che umilia. Espelle. Esclude. In molti casi, lo ammettono tutti i dizionari e i vocabolari, sotto l’aspetto semantico indica soprattutto negazione e privazione. E’ il reset esistenziale, cioè. Lo sbianchettamento di una carriera. Di una situazione familiare. Di una prerogativa magari conquistata con sacrificio, fatica, onestà. D’improvviso, quell’ex annulla tutto. Lo impacchetta e lo butta via. Ex campione/essa. Ex marito. Ex moglie. Ex presidente/essa. Ex cantante. Ex sessantottino/a. Ex lavoratore/trice. Ex giornalista della testata Pinco Pallino...Gli ex alludono malignamente anche ad una nuova qualità collaterale: quella di “perdente”. Se sei ex, vuol dire che non conti più nulla. La qualifica diventa inesorabile, generazionale e anagrafica. Traccia un confine terribile: chi è dentro e chi, invece, è ormai fuori. Chi “è stato” e ora non è “più come prima”. Un’etichetta infame. Ingiusta. Incivile.

L’attualità ci inonda di ex vituperati. L’ex velina che rivela d’essere stata molestata da un noto regista premio Oscar, con quell’ex non innocente (né innocuo) premesso induce a pensare non tanto al fatto che non sgambetta più in tv, bensì che forse la sua denuncia (enfatizzata dai media), vent’anni dopo, sia da pigliare con le molle...I Cinque Stelle che eliminano dalla foto di gruppo (con Grillo) dei consiglieri regionali piemontesi il volto di una loro collega transfuga (ha lasciato il Movimento perché si sentiva discriminata, così ha dichiarato) è stata diretta conseguenza dell’essere diventata “ex”. Persino Massimo Gramellini, nella sua rubrica di giovedì 9 novembre intitolata Se mi lasci ti cancello ha commentato: “Se ciascuno applicasse la stessa regola alle foto che lo immortalano con i propri ex, gli album conterrebbero una quantità sterminata di selfie”.

Infatti l“ex” è sentenza e pena. Una preposizione energumena. L’epitome di una condizione sociale. Più spietata che “pensionato”. La lingua è purtroppo crudele e feroce con le vicissitudini umane, implacabile con quelle individuali. Ex conferisce troppe volte significati spregiativi, irrispettosi, comunque riduttivi e negativi. Sovente sa essere offensiva e carica di disprezzo. Ma quel che non è tollerabile è il suo vile barare con la vita delle persone, è mostrare indifferenza nei confronti del loro passato. Anzi, quasi lo punisce il passato. Ex, per favore, dal nostro parlare. E pensare.

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