Antonio Valentin Angelillo

Cronaca

La morte di Antonio Valentin Angelillo, scomparso una settimana fa ad Arezzo, riporta indietro l’orologio del tempo calcistico ad un altro luttuoso evento, in qualche modo legato non tanto a lui ma a quelli come lui: quando vennero messi al bando gli oriundi. I calciatori con due patrie del football nei piedi forse più che nei cuori. Persino tre, come fu nel caso di Alfredo Di Stefano, che indossò la maglia dell’Argentina, della Colombia e infine quella della Spagna. Angelillo e i due compagni di casacca (sia argentina, sia italiana) Humberto Maschio e Omar Sivori, battezzati dalle folle degli stadi “angeli con la faccia sporca”, illuminarono con la loro classe e le loro peculiarità le stagioni del nostro contento calcistico. Approdarono in Italia nel 1957: i presidenti dei club erano padri padroni. Il boom maturava, illudeva, stravolgeva. Il calcio s’imponeva come religione laica: mostrando legami indissolubili col potere economico, la politica, i mezzi di comunicazione. E il popolo.

Dunque, la data fatidica è quella del 2 giugno 1962: il requiem degli oriundi si recita in Cile-Italia, secondo girone di qualificazione della Coppa Rimet. La drammatica “Battaglia di Santiago”. Quella che David Coleman della Bbc definì “la più stupida, raccapricciante, nauseante e vergognosa esibizione calcistica, probabilmente dell’intera storia del calcio”. L’Italia aveva portato in Cile quattro celebri oriundi: gli argentini Maschio e Sivori, i brasiliani Angelo Sormani e José Altafini. Non senza polemiche, le solite sull’inaffidabilità di chi ha un'identità di comodo. L’Italia perse 2-0. Non passò il turno, preceduta da Germania e Cile. S’individuarono subito i “colpevoli”: gli oriundi, in quel mondiale, avevano giocato con “indolenza”, sancì Gianni Brera. Capri espiatori di una situazione complessa, in cui loro erano pedine usa e getta. Dei tre “angeli con la faccia sporca” aveva giocato solo lo sventurato Maschio, al quale il cileno Lionel Sanchez aveva spaccato il naso con un cazzotto che l’arbitro inglese Ken Aston ignorò. Sivori era rimasto in panchina. Angelillo, invece, era assente giustificato: non era stato convocato. I tre “angeli” avevano trascinato nel 1956 la nazionale argentina alla conquista della Coppa America, liquidando in finale il Brasile di Didi con un secco 3-0 senza aver mai perso una partita. Contro il Cile non giocarono nemmeno i “nostri” brasiliani. Sormani avrebbe dato peso all’attacco. Altafini era ancora campione del mondo in carica, avendo vinto il titolo a fianco di Pelé, Didi e Vavà nel 1958. L’attaccante del Milan aveva optato per l’Italia nel 1960: “Fu il mio più colossale errore”, confessò anni dopo. In Brasile lo bollarono come “mercenario”. In Italia, pure. Ma la colpa di chi era?

La Fifa non amava gli oriundi: il loro impiego? "Inopportuno". Infatti, dopo il Cile, impose una discriminante ben precisa: chi aveva giocato con una nazionale non poteva farlo con un’altra, anche se in possesso di passaporto e di naturalizzazione. Non voleva si ripetesse il caso di Luisito Orsi, unico presente in due finali mondiali con la maglia dell’Argentina (perse nel 1930) e con l’Italia (vinse nel 1934). Voleva evitare le scorciatoie creative del regime fascista che predicava l’autarchia sportiva per privilegiare il vivaio italiano, vietando l’ingaggio di calciatori provenienti da federazione straniere (nel 1926 ce n’erano 88), mentre consentiva l’utilizzo dei “rimpatriati”, figli cioè di emigrati, con una limitazione formale per salvare la faccia tosta: due giocatori per rosa. Poi, però, ecco la Lazio del 1931-32 che schiera nove italo-brasiliani...

Il frutto di tale politica fu tuttavia lungimirante: la conquista della prima Coppa Rimet nel 1934 venne determinata dalla presenza di cinque oriundi fuoriclasse: Luisito Monti, Raimundo Orsi, Attilio Demaria, Enrique Gaita - tutti argentini - e Anfilogino Guaresi, nato in Brasile. Gaita segnò l‘1 a 0 contro l’Austria in semifinale, Orsi il pareggio in finale con la Cecoslovacchia, a dieci minuti dal termine (l’Italia vinse nei supplementari con gol del bolognese Schiavio). L’Argentina non aveva partecipato, per ripicca: accusava gli italiani di “razzìa”, perché avevano ingaggiato cinque dei finalisti del mondiale 1930 (l’Uruguay sconfisse l’Argentina). Il primo dei “rimpatriati” fu Giulio Libonatti, scoperto a Rosario dal commendatore Marone Cinzano. Era uno scaltro centravanti di 24 anni, abilissimo a giostrare in area di rigore. Con Balocieri e Rossetti costituì nel Torino un trio formidabile. In nazionale giocò 17 volte, segnando 15 reti. La presenza degli oriundi come lui fu importante non solo per ovvie ragioni tecniche, ma per ragioni sociali: negli anni Trenta “si formò il sentimento della patria calcistica e il tifo locale divenne passione nazionale” ha scritto Antonio Papa. Eppure, nel 1928 (5 ottobre) la Gazzetta dello Sport si chiedeva “E’ Orsi un cittadino italiano?”.

La risposta sta nei due titoli mondiali con la maglia azzurra

Quel 2 giugno 1962 l’Estadio Nacional di Santiago del Cile pareva una bolgia, i 66057 spettatori erano esaltati, scrisse Antonio Ghirelli, “sino al delirio”. L’Italia degli oriundi, così era chiamata, li aveva offesi nei reportage giornalistici: i cileni erano “dei regrediti”, il Cile un “Paese piccolo, povero e fiero”. Il Cile ebbe la solidarietà di tutto il Sudamerica. Gli oriundi erano traitores. I cileni la buttarono in rissa, con la complicità dell’arbitro. Gli italiani cascarono nella trappola, Ferrini e David vennero espulsi. Nessuno pagò per il disastro cileno. Tranne gli oriundi. La federazione li escluse dalla nazionale. Passeranno 40 anni prima di rivederne uno: Mauro German Camoranesi. Ora si dice "naturalizzato". Dei 46 oriundi che hanno indossato la maglia azzurra, è quello che ha giocato di più: 55 partite. Ed è diventato campione del mondo nel 2006.

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