A Londra gareggiano italiani. Ma non se n’è accorto nessuno Le gare terminano domenica, ma per gli azzurri presenti (36 in tutto) ancora nessuna medaglia. E nei prossimi giorni le speranze sono poche

Cronaca Londra

LONDRA. Smaltita a fatica la cocente delusione per la malinconica sconfitta di Usain Bolt, cerchiamo conforto nelle gare in cui partecipano i pochi atleti azzurri - trentasei, 18 uomini ed altrettante donne - schierati ai mondiali di atletica leggera che si disputano a Londra sino al 13 agosto.

Inutilmente.

Sinora, infatti, buio assoluto. Nei primi quattro giorni venti Paesi sono già saliti sul podio, dieci sul gradino più alto. Noi no. Assenti. Mai un azzurro in finale, sinora. Solo uno sprazzo nella maratona, quando l’ingegnere pisano Daniele Meucci - trentunenne campione europeo - ha strappato un sesto posto col quinto tempo, lo stesso del keniano Kipketer. La giuria lo aveva promosso al quinto posto, dopo un primo esame del fotofinish. Salvo ripensarci, e retrocederlo al sesto. Cambia poco.

L’atletica misura la civiltà sportiva di un Paese: è lo sport base. L’Italia ha sempre avuto grandissimi campioni, fenomeni tuttavia isolati: a faticare in pista sono sempre di meno, insomma manca la materia prima. Fosse solo questo: il movimento è sempre più strozzato da carenze strutturali ed investimenti al contagocce, per non parlare delle scuole che a malapena hanno una palestra. L’ultima medaglia d’oro a un campionato mondiale la conquistò il siciliano Giuseppe Gibilisco a Parigi, nel 2003, issandosi più in alto di tutti nel salto con l’asta (fu anche medaglia di bronzo ai Giochi di Atene). Ai Mondiali di Pechino, nel 2015, siamo tornati a casa a mani vuote. Zero tituli. Manco una medaglia. L’ultima, un argento, risale ai campionati del 2013, quando la mandrogna Valeria Straneo arrivò seconda nella maratona di Mosca e salvò la spedizione.

A Londra le nostre striminzite speranze sono aggrappate alla marcia femminile. Nella 20 chilometri contiamo su Eleonora Giorgi e in particolare su Antonella Palmisano, che ha già vinto due medaglie di legno, cioè quelle virtuali e beffarde che la parrocchia dell’atletica assegna a chi arriva quarto. Antonella è stata quarta ai Mondiali di Pechino e quarta alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. C’è il giovane velocista Filippo Tortu, diciannove anni, che al Golden Gala di Roma si è battuto con orgoglio, però il tempo - 20”34 - non è da finale, al massimo da semifinale. Inoltre, è appena guarito da un infortunio. Livio Berruti vinse a vent’anni l’oro di Roma 1960. Un ventenne Pietro Mennea fu bronzo a Monaco 1972 con 20”30, ma quarantacinque anni fa...

I confronti ci fanno male. Chi guida la nazionale assicura che i trentasei non sono “venuti qui con lo spirito di fare solo esperienza o solo per partecipare”. Lo spirito è battagliero. Alla vigilia della sua gara, il ventottenne lunghista Kevin Ojiaku da Ivrea aveva detto: “Quando sei in nazionale devi renderti conto che rappresenti il movimento di un Paese intero: dai giovani ai master. Non dobbiamo sentirci inferiori a nessuno e trovare l’energia per lottare al livello dei più forti”. Lo scorso 21 maggio, a Torino, era riuscito a superare due volte il muro degli otto metri. Chi va oltre può ragionevolmente puntare alla gloria, di questi tempi che la specialità è qualitativamente in ribasso (vent’anni fa i migliori saltavano oltre gli 8 e 70). Kevin ha fatto 8,12 e 8,20, diventando il quarto italiano di sempre. Il destino baro ha voluto che Kevin fosse il primo italiano a gareggiare: è rimasto fuori dalla finale, con un mediocre 7,82. Così come è uscita subito la mezzofondista cesenate Margherita Magnani, dodicesima nella sua batteria dei 1500. Meglio l’imperiese Davide Re, nei 400, bravo a piazzarsi secondo nella sua batteria dei 400 metri, arrivando secondo (45”71) alle spalle dell’olimpionico nonché campione primatista mondiale Wayde Van Niekerk (45”27). Almeno alla semifinale è approdato. Quanto alla finale, nulla da fare.

I nostri le hanno pensate tutte. Portando Fabio Tamberi, l’estroso saltatore in alto che si era rotto l’anno scorso e non aveva potuto partecipare ai Giochi di Rio, dove era tra i favoriti. A Londra c’è in virtù del suo potenziale (l’anno scorso, prima di farsi male, aveva migliorato il primato italiano portandolo a 2 metri e 39), non certo per i risultati stagionali assai modesti. Perché? Terapia di gruppo: un modo per sollecitare le motivazioni di tutta la squadra. Il campione che soffre e che cerca la rivincita è un bonus psicologico collettivo. L’atletica è una religione: quella di vertice è una passione, nel senso evangelico. Crocefissa dai risultati del passato, l’Italietta londinese cerca riscatto. Magari le gambe non sono al top del mondo, però quanto a cervelli non scherziamo: 8 azzurri su 36 sono laureati, quasi tutti gli altri sono iscritti all’università e Tortu, a differenza di Donnarumma, ha affrontato e superato la maturità.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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